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Paper Street intervista Nicole Bianchi (autrice di Movie Drugstore in onda su Rai Movie) – Parte Prima

Cinema e Tv. Le due anime per eccellenza dello spettacolo e di tutto ciò che può definirsi arte si contaminano in un esperienza davvero singolare e per certi versi superlativa. Tra un “ciak” del grande schermo e un “siamo in onda” dell’assistente di studio in tv, nasce l’esperienza di Movie Drugstore.
Un laboratorio di idee, analisi e consapevolezze dell’immaginario contemporaneo, che parte dai nuovi media senza tralasciare la tradizione del cinema classico.
Miriam Leone traghetta e narra, con gli occhi della tv, il cinema. O forse viceversa, per certi aspetti. Con noi oggi abbiamo una delle menti di Movie Drugstore: l’autrice Nicole Bianchi, che ci farà comprendere meglio il dietro le quinte di un avventura davvero affascinante.

Nicole, un’altra stagione in compagnia di Drugstore. Per il secondo anno racconterete un mondo abbastanza sconosciuto al piccolo schermo: come nasce l’idea di Drugstore?

Nuovo anno, nuovo titolo, o meglio “ristrutturato”, come abbiamo anche scelto di raccontare negli spot di anticipazione della nuova edizione: Movie Drugstore è il nuovo programma.
La trasmissione quest’anno, un po’ sulla scia della scorsa edizione, ma con una revisione del format, sia in studio che nella scaletta, nasce dal desiderio di raccontare il cinema in tv, ma non con il linguaggio del cinema, perché sarebbe sbagliato, ma trattandolo secondo il linguaggio della televisione, ovvero usando tempi, ritmi, pause e ogni dinamica specifica della grammatica televisiva. Poi, un canale tematico non poteva rinunciare a produrre direttamente un magazine che valorizzasse il proprio tema principe, non solo affidandolo alla messa in onda delle pellicole.

Quali sono le caratteristiche narrative e di scrittura televisiva che seguite durante le puntate?

Il programma è un format, con elasticità. Sin dai primi incontri autorali per questa nuova edizione abbiamo deciso di scegliere uno schema che avesse dei cardini fissi, che noi consideriamo punti indispensabili alla forza del programma, e alcuni altri che possano essere “caselle intercambiabili”, senza che questa elasticità abbassi la forza, anzi sia punto di forza. La versatilità controllata di alcuni tasselli crediamo possa dare, di tanto in tanto, un tocco di “variazione sul tema”, che non faccia però stonare la sinfonia di principio.

Con che criterio vengono scelti i film e di conseguenza i set nei quali raccontare il dietro le quinte del cinema?

La scelta specifica dei film? Il presupposto è tenere in considerazione l’intera storia del cinema e, al tempo stesso, essere “commerciali”, secondo l’accezione più nobile del termine: il cinema è anche una forma di intrattenimento, anche quello più “alto” (non credo si possa parlare di cinema “alto” e cinema “basso”, in ogni caso) e quindi la scelta delle pellicole è fatta in base alla forza storica della stessa e alla riconoscibilità per la maggior parte del pubblico.
La scelta dei set, che non saranno previsti come ambienti indagati “live” di settimana in settimana, è dettata dalla concomitanza degli stessi durante la messa in onda e dalla disponibilità della visita dei medesimi: puntiamo ad andare su tutti i set (nazionali almeno) che consentono a stampa/tv di essere sbirciati in anteprima, cosa non sempre scontata durante il periodo di lavorazione di un film.

Come si inserisce il ruolo dell’autore televisivo in un rotocalco cinematografico? Il confine tra sceneggiatore e autore in questo caso è labile o ben distinto?

L’autore non è asseribile allo sceneggiatore. In questo ribadisco quanto spiegato nella prima domanda: la tv è televisione e ha un proprio linguaggio, che non è quello del cinema. Senza voler essere dissacrante ma… la tv, con la stessa grammatica, deve saper parlare di cinema, come di cucina, di automobili e di qualsiasi altro argomento. La prima regola è non raccontare un tema secondo il linguaggio del tema: il modo di parlare della tv deve rimanere sé stesso e saper parlare di tutto. Avere una specifica competenza nella materia che si tratta, quello fa la differenza, quello dovrebbe consentire di “lasciare la propria” traccia, ma mai facendosi prendere la mano da quella libertà creativa di scrittura che la sceneggiatura sembra consentire (sembra; forse il soggetto la consente, la sceneggiatura ha delle regole, come la tv).

Miriam Leone, conduttrice del programma, conosciuta come nuova promessa della tradizione generalista del servizio pubblico, perché riesce ad essere così a suo agio in un laboratorio tv alternativo?

La risposta che ti posso dare, ancora, per la seconda volta, ricalca le tracce della prima e di quella appena precedente: Miriam è una conduttrice, quindi ha un ruolo di comunicazione e di immagine che, per mestiere, deve essere abile nel trattare qualsiasi argomento. Lei è dichiaratamente un personaggio che non ha una credibilità direttamente discendente dal mondo del cinema: mi spiego, non è un critico, non è una giornalista di settore. Ma questo non è un difetto, è una scelta: il programma desiderava una conduttrice capace di trattare un tema. Il tema, per chi è volto della trasmissione, non deve per forza essere la sua passione, deve avere l’abilità di raccontarlo con professionalità e credibilità, che si tratti di generalista o di digitale poco importa, sempre televisione rimane, sempre professionista della conduzione si conferma lei.

Il cinema dentro la tv: esperimenti del passato hanno dimostrato che grandi nomi della narrazione cinematografica in tv, come Ghezzi o Giusti, hanno fidelizzato un pubblico di seguaci. Movie Drugstore ha lo stesso intento?

Sarebbe disonesto non ammettere che ogni programma desidererebbe diventare “un cult”, ma anche una sola rubrica del programma lo potrebbe diventare, essere “quell’unico segno distintivo” che rende unica la trasmissione. Movie Drugstore, nella nuova edizione, intanto cerca di puntare ad ampliare il proprio pubblico, sempre nella convinzione che il cinema sia “per tutti” e quindi si possa e si debba rivolgere al più ampio bacino possibile. Vorremmo che il drugstore diventasse un luogo di affezione cinefila, non solo per cinefili, ma per tutti coloro che amano “guardare”.

(continua…)