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Ricucire lo strappo

A Bisceglie il testimone teatrale passa tra Maestri e Margherite

Quando decidiamo di andare a teatro, sappiamo bene che ci stiamo trovando di fronte a uno spettacolo irreplicabile. Ogni gesto, ogni parola, ogni attimo non potrà mai essere identico a quello della sera precedente o di quella successiva. Ma è altresì vero che questa irripetibilità – con tutte le variabili e differenze del caso – è circoscritta da un determinato limite, frutto, quest’ultimo, di un ben definito lavoro attoriale, di una scelta drammaturgica, di un’idea registica e così via.

Quello che spesso si tende a dimenticare, però, è che tutta questa materia “viva” ha bisogno di andare in scena per migliorare e completarsi, per modificarsi o trasformarsi, per trovare, insomma, il proprio pieno compimento. Solo con la pratica, il rodaggio, il dialogo è possibile ottenere dei risultati, ma, a volte, questo non è poi così scontato. Molte compagnie, infatti, riescono a ritagliarsi un piccolo spazio in alcuni festival e rassegne, ma faticano a conquistarlo nei vari circuiti regionali, correndo, da un lato il rischio di rimanere distrattamente inosservate, e dall’altro di non riuscire a proseguire il proprio percorso artistico.

Che questo sia un dato di fatto, una problematica e una discussione ancora apertissima, lo dimostra Maestri e Margherite, prologo dell’ormai prossima apertura stagionale del Teatro Garibaldi diretto da Carlo Bruni, ma anche un luogo d’incontro utile ad analizzare i vari problemi legati a teatro e territorio e, soprattutto, a tentare di risolverli. Prerogativa di questa rassegna – che prende il suo titolo dal celebre romanzo di Bulgakov, Il Maestro e Margherita – è quella di proporre un dialogo immaginario e alimentare uno sguardo trasversale tra alcuni maestri del teatro italiano e giovani, interessanti realtà del teatro pugliese che spesso lavorano in sordina.

Partiamo con due maestri e i propri differenti modi di relazionarsi con la tradizione. Il primo, Massimo Verdastro (Diaghilev/Compagnia Verdastro), dà corpo a un testo scritto da Elio Pecora e dedicato a Sandro Penna, uno dei più grandi poeti del Novecento. Tra versi, frammenti inediti di diari e prosa, Verdastro dona musicalità a un testo altamente poetico risultando, però, elegante quanto anacronistico per via di una regia e un’interpretazione rassicurantemente tradizionale.

Sempre alla costante ricerca di una sintesi fra tradizione e innovazione, invece, il secondo maestro – Arturo Cirillo – ci conduce nel mondo popolato dai travestiti napoletani di Scende giù per Toledo,romanzo breve di Giuseppe Patroni Griffi. Boccoli biondi, tacchi a spillo, corpetto blu e minigonna, Cirillo abita il corpo di “Rosalinda Sprint” e ricrea, in un monologo che coinvolge tutti i personaggi che ruotano attorno alla protagonista, una realtà in cui il realismo e il grottesco s’incontrano quasi fossero in un disperato e commovente passo di danza condotto da un personaggio alla costante ricerca della felicità in una società che, invece,  riesce solo a sbattere porte in faccia.

Prima di arrivare alle margherite passiamo da un matinée che ha visto protagonista La Bottega degli Apocrifi, compagnia di Manfredonia che ha messo in scena per un pubblico composto prevalentemente da scolaresche Lorenzo Milani-chiedimi se mi riconoscono (regia Cosimo Severo su drammaturgia di Stefania Marrone). Lo spettacolo affronta la storia del prete di Barbiana partendo dal momento in cui la sua malattia ormai gli precludeva le abituali attività scolastiche e battaglie clericali. A quel punto all’educatore (Salvatore Marci) altro non restava se non far apprezzare le proprie scelte di vita a una delle persone che meno le aveva condivise: sua madre (Nunzia Antonino). Una messinscena che forse deve ancora trovare una forma ben definita, con le parti recitate costantemente intervallate da pregevoli momenti di luci, ombre e musica e altri eccessivamente didascalici; rendendo il ritmo altalenante e lo spettacolo troppo frammentario.

Raccontano storie del Sud con stili molto differenti, invece, i due spettacoli delle margherite ai quali abbiamo assistito nei due giorni (su quattro) di permanenza. Nel primo, Certi Giorni di e con Arianna Gambaccini (KiLkOaTeAtRo), una donna racconta una catastrofe accorsa in un periodo di ordinaria, o meglio, illusoria “normalità”. Un evento che fa crollare tutte le certezze acquisite da un personaggio che ha da sempre cercato il male minore, l’omologazione, l’apparente felicità. Un monologo tragicomico che accumula troppo dal punto di vista drammaturgico e costringe la sua brillante interprete a farsi equilibrista per riuscire a destreggiarsi tra i vari cambi di dialetto e di persona, le tante divagazioni e la costante ricerca della battuta “facile”. Tutti espedienti che forse dovrebbero essere calibrati meglio per ottenere, a livello ritmico, una maggiore fluidità.

Ci porta nei mirabolanti anni Sessanta, invece, Revolution, monologo con intervalli musicali di Sara Bevilacqua (Meridiani Perduti). Sono anni intensi, di grandi cambiamenti, di piccole speranze ed effimere illusioni; ma soprattutto sono anni che lasciano il segno ovunque, anche in una città pervasa dall’immobilismo come Brindisi. Qui la protagonista racconta la sua storia, quella fatta di amori e sogni nel cassetto, di fabbriche aperte e viaggi nello spazio, di emancipazione e canzoni dei Beatles. La piccola storia di una giovane donna, dunque, diviene un espediente per raccontarne altre, quelle che hanno rivoluzionato una città e il mondo intero.

Momenti ilari s’intrecciano ad altri più riflessivi e commoventi, con l’ottima Sara Bevilacqua sempre a proprio agio nell’attraversare i diversi stati d’animo che compongono lo spettacolo e dialogare con l’altro elemento che completa la messinscena: la musica, quella dei Fab Four, ovviamente. La potente voce di Daniele Guarini e le suadenti note al piano di Daniele Bove, infatti, eseguono dal vivo i testi di Lennon/McCartney, accuratamente selezionati per renderli sempre funzionali alla drammaturgia e mai per cercare facili consensi. Narrare la Storia è sempre impresa ardua, ma grazie all’equilibrio ottenuto mescolando diversi elementi e registri, i Meridiani riescono a restituircela con quel tocco di leggerezza che ci permette di ingerire anche le pillole più amare.

Maestri e Margherite ci fornisce, dunque, un esempio in piccola scala di quello che dovrebbe essere un circuito teatrale virtuoso, ossia uno che cerchi di far coesistere le strade rassicuranti dei grandi nomi con quelle più rischiose delle nuove proposte. A volte servono scelte più coraggiose forse, ma necessarie a stimolare una crescita individuale e collettiva.

Ascolto consigliato

Bisceglie (BA) – 17 e 18 novembre 2016

(Foto ©Leonardo Todisco)