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L’ultimo

Mi dava noia risponderti ai messaggi, parlarti al telefono, aspettarti in stazione, ascoltare per ore le tue seghe mentali sulla vita, la morte e l’amicizia, le solite cose.
Spesso quando parlavi, io pensavo ad altro, ma continuavo ad annuire e tentavo di non sbadigliare, di sembrare attento, interessato ai tuoi discorsi.

Molto spesso quando mi chiamavi, io non rispondevo apposta, anche se sentivo il cellulare squillare. Semplicemente non avevo voglia di stare lì a sentirti, non che non ti volessi bene o che non ci tenessi a te, soltanto non volevo sentire le tue storie, le tue lamentele su questo e su quello, sulle amiche che ti deludevano e i ragazzi che ti facevano piangere.

Consolarti era difficile, cosa credi, era un bel casino, perché qualsiasi cosa mi inventavo per tirarti su, tu mi dicevi che avevo torto e che non capivo e che non avrei mai potuto capire perché sono un uomo, un maschio, e i maschi, si sa, ragionano col culo. E allora anche su facebook ti evitavo, quando entravi in chat io scappavo, diventavo invisibile, mi nascondevo perché sapevo che avresti cominciato a parlarmi di tutto quello che non andava e ti era andato male e ti sarebbe andato peggio. E mi dispiace, perché io ti volevo bene, solamente a volte mi riusciva difficile sopportarti. Mi ricordo invece che quando andavamo al cinema era bello. Stavamo in silenzio, ci univano i personaggi, ci commuovevamo insieme nei momenti tristi, ridevamo in quelli divertenti. Poi dopo il film uscivamo dalla sala e ne parlavamo, andavamo a mangiare magari, ci dimenticavamo della realtà per qualche ora e parlavamo delle storie che avevamo visto sullo schermo. Storie tristi, storie allegre, che poi è come la realtà in fondo. Un misto di tristezza, gioia e qualche altra cosa che mi viene difficile spiegare.

E poi ci baciavamo nella tua macchina (io non avevo la patente), ci spogliavamo, facevamo sesso a casa mia o casa tua, i Sonic Youth nello stereo, la camicia di flanella a quadri, la maglietta dei Pavement, la pioggia fuori, noi due con i Wayfarer anche al buio, ci volevamo bene, anche se a volte non ti sopportavo.

Ma eravamo identici, dal taglio di capelli al crispy mcbacon che mangiavamo il sabato pomeriggio tipo per merenda, a dicembre, quell’inverno in cui morì il tuo gatto, e tu piangevi, e mi dicevi che la tua vita non sarebbe stata più la stessa, e allora io dovevo consolarti, come sempre, e come sempre le parole giuste non ce le avevo mai, perché non capivo, non riuscivo a capire, non ho mai capito niente, ero solo un maschio, un maschio che come tutti i maschi pensa solo al calcio, alla figa, a quelle cose lì.

Ma poi ti passava e ritornavamo subito amici, e anche se faceva un freddo cane, quando stavamo abbracciati sul molo, e gettavamo nell’oceano i pensieri brutti, questo gelo noi non lo sentivamo più di tanto. Non sentivamo nulla se non il nostro respiro, e ci baciavamo, e una volta, mi ricordo, ci siamo detti ti amo. E suonava strano, stranissimo, non avevo mai detto ti amo a nessuna prima di quel momento e anche tu uguale.

Ma com’era difficile starti vicino, difficile ma bellissimo. E poi quella notte che ci siamo salutati, l’ultima notte che ci siamo visti, era quasi primavera, non ricordo ma cominciava a fare caldo ed eravamo in giro con amici, e ti ho accompagnato a casa a piedi e ti ho detto ci vediamo domani. Tu hai fatto lo stesso ma non è stato così e continuo a non capire perché.

Perché quella notte, tanto nera quanto insignificante, ti sei uccisa con le pasticche e non ci hai lasciato nulla. Nessuna lettera, nessuna spiegazione, niente.
Ciò che è rimasto a me invece sono tutti questi ricordi, che vengono a galla insieme, confusi, si confondono tra di loro, ogni tanto sbiadiscono ma non si cancelleranno mai, perché si trovano tutti qui, tra le ultime parole di questo racconto.


Grazie


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