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Londra, un’immagine di mondo e un paese che pedala senza sella

Si sono chiuse le Olimpiadi di Londra. Scorrono le immagini della cerimonia di chiusura, barocca e suggestiva sotto le note del meglio degli ultimi cinquant’anni di pop britannico (ok, quasi, c’erano anche gli One Direction…). Evento ormai dal gigantismo impressionante ha restituito però una dimensione di sé più umana e davvero globale dopo l’asettica, spettacolare come solo un’affermazione di avvenuta conquista del mondo sa essere, edizione cinese di quattro anni fa.

Londra è tornata capitale del mondo per due settimane e ha assunto questo ruolo in maniera grandiosa, a cominciare dalla coinvolgente, ironica e intrisa di cultura pop cerimonia d’apertura diretta da Danny Boyle (eterno rispetto per aver fatto cantare a 80.000 persone God Save the Queen dei Sex Pistols di fronte ad Elisabetta II); per passare dall’identità davvero multietnica e globale di una città che forse come nessuna raccoglie nel suo meltin’ pot tutte le culture del mondo; dalla risposta straordinaria e partecipe del pubblico a tutti gli eventi; da un medagliere che ha trovato spazio e gloria per tanti piccoli paesi. È stata l’Olimpiade dell’esposizione mediatica completa e assoluta, in cui l’eco delle imprese sportive è stato spiato da migliaia di telecamere in altissima definizione e in cui il commento e il retroscena ha raggiunto un’intrusività mai vista grazie alla rete e ai social media (valga la foto di Bolt che festeggia l’oro nei 100 al villaggio con tre pallamaniste svedesi a eterna didascalia).

È stata l’Olimpiade del Regno Unito, in cui gli atleti britannici hanno entusiasmato e raccolto un numero di medaglie da record e il terzo posto del medagliere. Un Regno “unito” dalle basette mod di Bradley Wiggins, maglia gialla al Tour e oro a cronometro sotto Buckingham Palace, e dai trionfi del mezzofondista arrivato come rifugiato dalla Somalia Mo Farah; dalla decathleta figlia di padre jamaicano Jessica Ennis e dagli scozzesi Andy Murray, oro e rivincita sulla sacra erba di Wimbledon contro sua altezza Roger Federer, e Chris Hoy, sei ori olimpici nel ciclismo su pista e l’ultimo innaffiato di lacrime dopo uno sprint mozzafiato in un velodromo tutto per lui – questa volta è stato un po’ meno “una merda essere scozzesi” (vedasi Trainspotting di Danny Boyle) – peccato solo che l’immenso gallese Ryan Giggs non sia riuscito a portare il calcio sul podio. È stata ovviamente Olimpiade di record e di superuomini, in cui semidei come Usain Bolt e Michael Phelps hanno completato la loro leggenda.

E poi non possiamo dimenticare l’Italia, che ha portato a casa un buon numero di medaglie si è confermata tra le dieci migliori nazioni nel medagliere. Beppe Grillo ha parlato di Olimpiadi come grancassa del nazionalismo e affermazione di superiorità delle potenze politiche, economiche e militari. Io credo, fatto salvo che tutto ciò è stato e spesso sarà anche vero – è un fatto, per esempio, che un capitolo della Guerra Fredda si è pure compiuto sul campo da basket di Monaco ’72 con la controversa vittoria sovietica sugli americani – che lo sport sia termometro dello stato di salute di una nazione, e che il patriottismo da medaglia olimpica sia un patriottismo onesto e necessario perché l’ideale olimpico è uno dei migliori lasciti che la scuola dell’Ellade ha dato al mondo tutto, tanto quanto la passione del conoscere che dobbiamo ai suoi grandi filosofi.

Il medagliere italiano ci dice che siamo un movimento tenuto in piedi da sport misconosciuti e di nicchia, che primeggia con la forza di una scuola non di massa ma di qualità incredibile come quella della scherma, e raccoglie medaglie pesanti sparando e tirando con l’arco, combattendo sul ring e sui tappeti delle arti marziali, scendendo le rapide in canoa. Ma altri sono stati i protagonisti delle spettacolo globale: solo due bronzi dalle regine nuoto e atletica per noi, mentre proprio mancavamo nei tornei di calcio e basket. Atletica, nuoto, gli sport di squadra avari di soddisfazioni significano che dove girano tanti soldi e c’è grande attenzione mediatica ci perdiamo, fatto salvo sempre l’impegno di atleti e allenatori, tra sprechi e baruffe di prime donne, mentre sempre e comunque non tradiranno gli sport ricordati solo ogni quattro anni e lontani dai riflettori e dai maneggi dei boiardi della politica, sportiva e non.

Ci son tante cartoline azzurre da Londra. Impossibile dimenticare l’ultima pagaiata di Josefa Idem o l’esibizione di superiorità delle fiorettiste guidate da un mito come Valentina Vezzali, le emozioni delle medaglie di squadra regalateci dai ragazzi della pallanuoto e del volley – che hanno portato per la quarta volta sul podio a 39 anni Samuele Papi, l’ultimo dei fenomeni, l’ultimo reduce di quella nazionale azzurra incoronata “squadra del secolo” anche se ha sempre mancato l’appuntamento con l’oro di Olimpia. Ma il simbolo italiano di quest’Olimpiade è un altro. L’immagine chiave è il bronzo del ciclista Marco Fontana, conquistato correndo gli ultimi kilometri della gara di mountain bike senza la sella. L’Italia dello sport è un paese che pedala senza sella, che ottiene risultati senza soldi e struttura, senza una vera cultura sportiva, soffocata dagli isterismi del calcio. Non ci resta ormai che l’impegno per portare fra quattro anni a Rio un’immagine migliore, un paese che faccia finalmente tesoro dell’insegnamento dei suoi atleti olimpici.