Lo splendore dei supplizi – Fibre Parallele

Lo splendore dei supplizi – Fibre Parallele

Un divano bianco, al centro del palco, su cui cade l’ombra di una finestra con le sbarre. Ci sono seduti Licia Lanera e Riccardo Spagnulo, vestito scollato e stivali lei, completo nero e occhialini da intellettuale lui, tra di loro un inquietante gattino di peluche che miagola e si muove come fosse vivo. Una giovane coppia in crisi, sprofondata nell’abitudine, bloccata nell’idea di una vita di apparenze, in una normalità asettica, vacua, inerte: quel divano è una trappola, una galera cui i due protagonisti sono letteralmente attaccati con una catena spessa e lunga che scopriamo appena i due provano ad alzarsi.

La coppia è il primo dei quattro quadri che la compagnia barese propone, come attualissimi tableau vivant, in circa due ore di spettacolo che – va detto – passano senza accorgersene. Una sarcastica e graduale discesa infernale nello schifo quotidiano e grottesco dei nostri «supplizi» che i due artisti attraversano, senza aver paura di sporcarsi (e di sporcarci) l’anima, la lingua e le mani—e forse proprio questa è una delle caratteristiche più riconoscibili del teatro di Fibre Parallele.

All’atmosfera sobria e misurata (tranne nel finale) del primo episodio – in cui i protagonisti parlano italiano con una leggerissima, quasi impercettibile, flessione pugliese – fa da contrappeso il secondo quadro, ambientato – non a caso, come tutti – in un interno, stavolta squallido e desolato: Pasquale è un nullafacente barese (per certi versi, un’evoluzione del «Vito» di Furie de Sanghe, secondo lavoro della compagnia) che ha ucciso la madre per andare a giocarsi la pensione alle «macchinette». Divorato al senso di colpa, passa le giornate con Natale, pupazzo-amico immaginario che Spagnulo anima in dialetto stretto come un ventriloquo, mentre la madre appare, come un fantasma dalla maschera spaventosa, per pretendere il suo funerale, e il comune gli pignora la casa.

Il terzo episodio vede invece una splendida Lanera nei panni di un vecchio professore disabile, convinto promulgatore di teorie sulla purezza della razza italiana contro l’invasione degli «stracomunitari». A lui è stata applicata la legge del contrappasso: baffetti radi, guanti e completo verde fosforescente, curioso misto tra Hitler e Chaplin, si trascina sul suo girello per sfuggire alle angherie della badante (un irresistibile Spagnulo in collant azzurri e parrucca rosa). Dal cambio del pannolone, al pasto liquido, imboccato e sputato, alle palpate del prof: il dramma esplode nel rapporto tragico-grottesco che si instaura, per reciproca necessità, tra questi due umanissimi personaggi.

L’ultimo episodio è un tripudio di colori, odori forti e spettacolare violenza: due operai disperati (che indossano le tute della Fiat), con forte accento barese, rapiscono un imprenditore vegano e lo costringono a mangiare tutto ciò che non tollera. In una punizione sarcastica e assolutamente paradossale – gli operai che nutrono il padrone – nel finale, l’uomo diventa una disgustosa natura morta di salsiccia, uova, latte, mortadella, con liquidi e pezzi di cibo sparsi dappertutto, sulle aggraziate note di La mer di Charles Trenet.

A introdurci, di volta in volta, nei castighi è Mino Decataldo, terzo protagonista che, petto nudo e cappuccio da boia, fa da regista interno, alzando e abbassando il sipario tra un supplizio e l’altro, fino a quando, secondo il principio di sovvertimento e inversione che regola l’intera drammaturgia, non finisce da boia a condannato, nell’episodio finale.

Dal punto di vista della collocazione logistica e linguistica delle storie, i quattro quadri sono speculari: l’orizzonte è sempre quello pugliese, ma la marcatura dialettale è presente solo in due episodi. Allo stesso tempo, tutti i quadri rappresentano exempla di questioni scottanti della nostra società tutta: dal ragazzo costretto a emigrare all’estero per trovare lavoro, al disoccupato ludopatico, al razzismo e all’abbandono dei nostri vecchi, fino ad arrivare alla vendetta degli operai cassaintegrati.

Quattro segmenti drammaturgici autonomi eppure legati tra loro da un filo conduttore: i moderni supplizi non sono più nelle piazze ma dentro di noi; abbiamo – per restare nel paradigma focaultiano – introiettato il controllo, fino al punto di «preoccuparci più di quello che mettiamo nello stomaco che di quello che succede al nostro vicino», del cui plateale ma privato supplizio restiamo freddi e inermi spettatori. I personaggi costruiti ad arte, i suoni e gli odori, ci catapultano così dentro la scena, restandoci addosso anche quando lo spettacolo è finito.

Fibre Parallele prosegue la propria esplorazione dell’universo umano, scavando il profondo, il rimosso, mettendocelo davanti, con gusto ma senza sovrastrutture, confermando così, con questo lavoro, di essere una delle realtà più interessanti nel panorama della nuova drammaturgia, italiana e del Sud.