bea-sanjust

LAROSA – Bea Sanjust

Una voce e un concerto di strumenti ma non nel senso musicale quanto in quello di “accordo, intesa più o meno palese riguardo all’’attuazione di un progetto comune”. Così si potrebbe introdurre l’’album LAROSA di Bea Sanjust uscito per Goodfellas, cantautrice di Roma ma dall’’animo e dalle intenzioni internazionali.

“LAROSA”, dicevamo, si presenta così come un lavoro nel quale la voce di Bea Sanjust emerge con chiara evidenza: un tono delicato e fiabesco che si inserisce in maniera ottimale dentro un ensemble di strumenti variegati. Dal banjo alle percussioni, dalle fisarmoniche sino ai suoni della natura tutto concorre nel sostenere e “portare” la voce di Bea Sanjust in una produzione di grande valore.

Il disco, registrato per buona parte al mitico Verde Studio di Roma da Marco Fabi, Simone De Filippis e dalla stessa Bea Sanjust, si inserisce così nel filone del cosiddetto “new folk” (molto di moda, questa definizione, nei primi anni 2000) ma al contempo se ne discosta per una proposta autorevole e autonoma. Two Sisters, la seconda traccia, è una specie di filastrocca in cui tutto è racchiuso nel palmo di una mano di una bambina: un universo fatto di cose piccolissime, di petali di fiori lasciati tra le pagine di un libro e di vecchi fermagli trovati, un po’ per caso, in borse e zaini che non si usano più.

Un folk che si vena di pop ma anche di rock quindi nelle undici canzoni che compongono “LAROSA”: ancora prima che un album, per stessa ammissione di Bea Sanjust, «una famiglia, la mia famiglia». E che la carica emotiva (oltre che scelte sempre votate all’eleganza e alla raffinatezza) e, se si vuole, affettiva sia particolare (giustappunto “da affare di famiglia”) ce lo certifica la quarta, bellissima, canzone, Wildflowers. Una ballad antica e romantica come soltanto una persona dal cuore puro può scrivere.

E, d’’altronde, curiosando sulla pagina Facebook della cantautrice, si possono capire meglio un paio di cose. Infatti soltanto cogliendo le ciliegie in Sabina si possono scovare, tra il rosso vermiglio di questi dolci frutti, qualche fiore selvaggio da cogliere, portare con sé e poi lasciare nascosto nelle pagine di un libro o di un quaderno pieno zeppo di appunti. Chissà mai che quel fiore selvaggio, un giorno, non sarà d’ispirazione per una piccola/grande canzone?