Foto di scena ©Zani-Casadio

La Rivoluzione di ErosAntEros

Tra Majakovskij e Šostakovič, debutta “1917” al Ravenna Festival

Guai a chi pensa di trovare nella rivoluzione solo l’adempimento dei propri sogni, per quanto alti e nobili essi siano.

Aleksander Blok, 19 gennaio 1918. Non è passato neanche un anno dall’abdicazione dello zar Nicola II e appena qualche mese dall’ascesa al potere dei Bolscevichi, e già le parole del poeta pietroburghese – massimo esponente del Simbolismo russo, presto sposatosi alla causa – rimbombano ominosamente, come le scariche di piombo che accompagnarono la “doppia” Rivoluzione del ’17.

Tra-ta-ta! – L’eco soltanto
dalle case risponde…
La bufera ride intanto
tra le candide sponde…

Tra-ta-ta! Tra-ta-ta!
Tra-ta-ta! Tra-ta-ta!

[Blok – I dodici (1918)]

El Lissitskij Colpite i bianchi col cuneo rosso (1919) ©Van Abbemuseum, Eindhoven

El Lissitskij Colpite i bianchi col cuneo rosso (1919) ©Van Abbemuseum, Eindhoven

Sono trascorsi cento anni da allora e quell’evento, forse più di ogni altro, ha segnato la storia del Novecento. Una rivoluzione che nonostante il tempo è ancora calda nella memoria collettiva: odiata nei Paesi dell’Est Europa, vagheggiata nostalgicamente in quelli Mediterranei, perennemente osteggiata nell’Occidente liberista, e geneticamente modificatasi nell’America Latina e nell’Asia orientale. Quella storia rivive oggi, curiosamente, al lauto Ravenna Festival che ha deciso di dedicare a tale anniversario ampio spazio di riflessione, come testimonia il pregevole volume Il rumore del tempo che accompagna questa 28^ edizione (curato dal co-direttore artistico Franco Masotti).

Komar & Melamid Lenin Hails a Cab in New York, from the Series "Monumental Propaganda/Lenin's Tomb" 1993 ©Komar & Melamid, Collezione Privata, USA

Komar & Melamid Lenin Hails a Cab in New York, from the Series «Monumental Propaganda/Lenin’s Tomb» (1993) ©Komar & Melamid, Collezione Privata, USA

Per l’occasione, il festival ha commissionato alla compagnia teatrale ErosAntEros uno spettacolo che attraversasse cosa quella Rivoluzione è stata e ha significato, allora, e come risuona o può risuonare, oggi. Nasce così 1917concerto da camera per attrice e quartetto d’archi.

Sulla scena regna il rigore geometrico del Suprematismo: piccole caselle quadrate, a mo’ di podio, ciascuna col nome del poeta russo re-citato; sopra—un leggio, di fronte al quale Agata Tomšič, caschetto corvino stile Pulp Fiction, costume bianco e nero à la Lissitzkij (a cura di Laura Dondoli), e tono enfatico da Commedia dell’Arte (tanto cara a Mejerchol’d), rievoca i versi dei poeti rivoluzionari, perché – come testimonia l’esperto di teatro e letteratura russa Fausto Malcovati, che ha affiancato la compagnia –:

Anche le parole hanno fatto la rivoluzione.
Dure, forti, energiche, determinate, drastiche.

Foto di scena ©Zani-Casadio

Foto di scena ©Zani-Casadio

Al centro è la voce, una voce ardimentosa, sognante, veemente, come quella dei versi di Majakovskij, una voce tesa all’utopia di una società nuova, liberata dalla purulenza di «Sua altezza il Capitale», una voce che spera e spara, una voce che la poliedricità dell’attrice istriana strozza, gonfia, crepa, una voce che si dilata grottescamente nella rielaborazione elettronica dal vivo di Davide Sacco, che sbatte sconfitta, poi, sul muro delle illustrazioni animate di Gianluca Sacco che accompagnano la rievocazione dei fatti d’ottobre (l’ispirazione giunge dai fumetti di Dmitrij Bisti), e che infine, ogni volta, si smarrisce – quasi si svilisce, tacendo mortificata – tra le note del Quartetto n.8 in Do minore di Šostakovič eseguito in scena dal Quartetto Noûs (e smontato e distorto sempre da D. Sacco), quel quartetto che il compositore sovietico dopo anni di difficile convivenza con la Patria dedicherà «alle vittime dei fascismi e delle guerre» e quindi, chiaramente, anche del Soviet.

Foto di scena ©Zani-Casadio

Foto di scena ©Zani-Casadio

Come risuona quella voce, oggi, a noi? A noi che, volenti o nolenti, siamo gli eredi di quell’impeto e di quel sangue? Come scrive Domenico Quirico nel volume citato:

Il crimine contro l’umanità non inizia con la condanna staliniana di vari milioni di innocenti ma con la condanna già nel 1917 del primo individuo innocente.

Emblematico è il momento in cui le animazioni, inizialmente in bianco e nero, si tingono di rosso: rosso del sangue dello zar che si fa rosso dell’armata bolscevica. Un’onda travolgente che affogherà gli ideali nella contingenza del «fine giustifica i mezzi».
Come leggere, oggi, i versi di Majakovskij?

Lavoratori, braccianti,
stringete la falce e il martello,
stringete il fucile nel ferro della mano!
Pane, pace, libertà!
[…]
Via il vecchiume,
                         in polvere e cenere!
Colpisci i signori: trac-tac!

[Majakovskij, Bene! (1927)]

Foto di scena ©Zani-Casadio

Foto di scena ©Zani-Casadio

Il cortocircuito innescato da ErosAntEros è eloquente: forse a volte anche oltre le loro intenzioni—ma tutt’oggi è difficile isolare la passione dal sangue. Certo, terrorizzati dalla minaccia dell’atomica, siamo precipitati nell’indolenza del pacifismo forzato, non riusciamo più a concepire o quanto meno a legittimare l’uso della violenza, e ci stiamo rammollendo in un consumismo sfrenato dagli esiti peggiori della morte; ciò nonostante, ce la sentiamo davvero di concedere al Comunismo la violenza che saggiamente condanniamo nel Fascismo?

Siate maledetti!
Che
dalle colonie
vengano
i selvaggi,
mangiatori di carne umana,
a prendervi le vostre teste coronate.
Che su tutto il regno divampino
i bagliori delle sommosse!
Che le vostre capitali
ardano fino alla cenere!
Che la brodaglia
degli eredi al trono
bolla nelle corone-caldaie!

[Majakovskij, Canaglie! (1921)] 

Foto di scena ©Zani-Casadio

Foto di scena ©Zani-Casadio

Concettualmente, esteticamente, formalmente ogni elemento di 1917 centra con raffinata intelligenza le contraddizioni della Rivoluzione del ’17. Eppure da un punto di vista teatrale l’azione rimane congelata: manca un ritmo che sciolga lo spettacolo dalla forma chiusa della mise en espace. A nostro avviso, stante l’egregio allestimento, la Rivoluzione potrebbe essere indagata ulteriormente proprio articolandosi nello “shock del corpo”: come viene scosso dal torpore? Cosa lo infervora? Come risuonano in esso quei versi? Altrimenti la reiterazione del registro burlesco rischia alla lunga di svuotare il peso della parola e disperderne la complessità.

Foto di scena ©Zani-Casadio

Foto di scena ©Zani-Casadio

Senza entusiasmi o anatemi, oggi avremmo davvero bisogno di capire, toccandolo con mano, come è stato possibile che tale rivoluzione sia potuta accadere e corrompersi in così breve tempo. O come scrisse profeticamente  Osip Mandel’štam (ovviamente non presente nell’elezione di testi di ErosAntEros) nel 1922, lo stesso anno in cui nascerà quell’URSS che, sedici anni più tardi, lo manderà a morire di fame e gelo in Siberia:

[…] epoca mia, bellissima e grama,
è in pezzi la tua spina dorsale.
E con un povero sorriso demente
ti volti a guardare crudele e fiacca,
come una belva che fu agile un tempo,
le orme lasciate dalle tue zampe.

 

Ascolto consigliato

Teatro Alighieri, Ravenna – 28 giugno 2017

1917

ideazione e spazio Davide Sacco e Agata Tomšič / ErosAntEros
montaggio drammaturgico Agata Tomšič
consulenza letteraria Fausto Malcovati
montaggio musicale, live electronics, luci e regia Davide Sacco
con Agata Tomšič e il Quartetto Noûs (Tiziano Baviera, Alberto Franchin violini,
Sara Dambruoso viola, Tommaso Tesini violoncello)
animazioni Gianluca Sacco
costumi Laura Dondoli
direzione tecnica Paolo Baldini

materiali testuali Aleksandr Blok, Velimir Chlebnikov, Sergej Esenin, Michail Geršenzon, Vladimir Majakovskij, Boris Pasternak
materiali musicali Dmitrij Šostakovič, Quartetto n. 8 in do minore, op. 110
materiali visivi Dmitrij Bisti, El Lissitzky, Aleksandr Rodčenko

commissione di Ravenna Festival
in coproduzione con ErosAntEros
in collaborazione con La Corte Ospitale e con Ravenna Teatro

prima assoluta 28 giugno 2017, Teatro Dante Alighieri, Ravenna
durata 80 minuti