Attraversamenti Multipli 2018

La resistenza delle parole

A Roma la diciottesima edizione di Attraversamenti Multipli

Attraversare i confini, oltrepassare le barriere erette allo scopo di respingere quanti vengono a raccontarci di possibilità e speranza. Lasciarsi sorprendere da questo mare che avanza, dai suoi mille occhi pronti a guardare lontano, e riuscire ad «afferrare, […] incontrare il mondo…toccandolo», come intima Alessandro Pallecchi in Just before the forest di Emanuela Serra.

Il festival Attraversamenti Multipli, ideato e organizzato dalla compagnia teatrale Margine Operativo, con la direzione artistica di Alessandra Ferraro e Pako Graziani, sceglie come titolo della diciottesima edizione proprio Sconfinamenti.

Come rispondono gli artisti a questo “invito”? E come rispondono, nello specifico, Ascanio Celestini e Roberto Latini?

Attraversamenti Multipli 2018

Foto ©Chiara Cocchi

A Largo Spartaco, nucleo vitale e palpitante del quartiere Quadraro, Celestini porta in scena Il nostro domani – accompagnato dalle musiche dal vivo di Gianluca Casadei – nato dall’intervista a Giovanni Bifolco e sua moglie Flora, a seguito dell’uccisione, nel 2014, del loro figlio sedicenne Davide, nel Rione Traiano a Napoli. «Mi chiamo Bifolco Giovanni, padre di Davide Bifolco che è stato ammazzato brutalmente da questo carabiniere». L’avvio alla narrazione è netto, ci catapulta immediatamente all’interno della storia, senza preamboli. Dritto al punto. Un giovane ha perso la vita e, insieme ad essa, i suoi sogni e il non più suo domani.

Ascanio Celestini ritorna nei luoghi delle testimonianze e delle memorie confluite in spettacoli quali Scemo di guerra e Pueblo. Gli stessi luoghi che hanno dato a questo cantastorie del nostro tempo la possibilità di ascoltare e di avvicinarsi a quel mondo fatto di tradizione e oralità, fondamentale per il suo percorso artistico, e a cui Celestini dedica anche il film Viva la sposa (2015), presentato nella sezione Giornate degli Autori a Venezia 72.

Ed è proprio qui che l’autore porta il suo teatro fuori dal teatro, scegliendo di non delimitare la piazza in occasione dell’evento, ma di lasciarne aperti i confini. Ogni spettatore, bambino o adulto, si avvicina alla narrazione facendovi confluire il gioco, il cibo, le risate, la commozione. Il testo entra finanche nelle case attraverso le finestre che, come grandi braccia spalancate, accolgono le parole dell’autore insieme al grido disperato di un padre per l’ingiustizia subìta.

Ascanio Celestini - Il nostro domani

Ascanio Celestini Il nostro domani. Foto ©Chiara Cocchi

Non un invito, ma quasi un obbligo, dunque, a restare umani, con tutto il bagaglio di affettività che l’artista porta con sé, con l’urgenza del saper dire e del saper fare. Emblematico è il racconto – che Celestini introduce all’interno della narrazione – dell’uomo seduto in una stanza che «guarda il rubinetto che goccia. L’uomo pensa: “È una goccia. È soltanto una goccia. Certo qualcuno dovrebbe risolvere questo problema della goccia. Io potrei pure alzarmi, andare personalmente a chiudere il rubinetto…» ma, convinto che possa anche non essere affar suo, infine… «affoga serenamente».

Alla sua voce Celestini affida la memoria di storie consegnate alla contemporaneità, e le parole, rese talvolta meno amare dall’incursione dell’accompagnamento musicale, si servono del microfono per invitare ad un ascolto chiaro e deciso.

Ascanio Celestini - Il nostro domani

Ascanio Celestini Il nostro domani. Foto ©Chiara Cocchi

L’incontro con la voce di Roberto Latini ci costringe ad andare ancora più a fondo, come il luogo dove è ospitata la performance sembra suggerire. Una discesa conduce ad un spazio quasi nascosto, illuminato da piccole candele per delimitare il percorso verso l’ingresso e verso l’originalissima ricerca dell’artista. Lontano dalla folla, appartato, quasi rintanato nella sua grotta, Latini attende lo spettatore in un’atmosfera rarefatta, sospesa, quasi fosse il preludio ad un incontro d’amore. Dal canto suo, lo spettatore ha come l’impressione di fare incursione all’interno di una storia intima, privatissima, e vi si accosta quasi in punta di piedi, con la solennità che solitamente viene riservata ad un luogo sacro.

Poco distante da Largo Spartaco, all’interno di Garage Zero, Latini si veste di poesia, prendendo in prestito le parole di Mariangela Gualtieri. Come a non voler calpestare quei versi, ma con l’urgenza di prendersene cura, Latini poggia i piedi nudi su una bianca giacca distesa a terra. Della delicatezza del poco e del niente – titolo scelto dalla stessa Gualtieri – è il dialogo invisibile tra un uomo e una donna, poeti entrambi, dove la voce sceglie il ritmo e la forma delle parole, e anche i silenzi intorno.

Non so se il silenzio che indago
è intrecciato alla mia sostanza molle.
Io non so se quello che cerco e ho cercato e
cercherò, non so se quello che cerco
è un insulto a quel vuoto.

Latini - Della delicatezza del poco e del niente

Roberto Latini Della delicatezza del poco e del niente. Foto ©Carolina Farina

Voce e suono – curato da Gianluca Misiti – danno vita a una densa drammaturgia sonora, peculiarità di Fortebraccio Teatro a partire dall’esperienza di Radiovisioni, che segna l’inizio di un percorso nuovo di ricerca sulle possibilità espressivo-drammaturgiche date dall’utilizzo di microfoni e amplificazione.

Latini spoglia con la voce i versi, li intinge del rosso sangue della sensibilità dell’artista di fronte alla Poesia, linguaggio universale che si fa immagine nel raccontare l’uguaglianza degli esseri umani. E lo fa a suo modo, attraverso l’incontro e la scomposizione dei testi letterari con cui il suo corpo-voce sceglie di confrontarsi. Non scava nella memoria collettiva Latini, ma affonda l’immaginazione là dove le parole sembrano evocarla.

La voce, cercata attraverso il corpo, la gola, la pelle afferma la sua materialità e ci invita a rimanere lì, tra le parole lievi e i silenzi. E noi lì restiamo, domandandoci infine cos’è che ci ha spinto e tenuto così in profondità, in ascolto, in quei luoghi sotterranei, da dove si ha l’impressione di poter sconfinare. Ovunque.

Latini - Della delicatezza del poco e del niente

Roberto Latini Della delicatezza del poco e del niente. Foto ©Carolina Farina

Qual è, dunque, l’obbligo dell’artista? Stare dentro gli eventi, immergersi in un presente che necessita di essere svelato, trasformato, farsi portavoce di una rivoluzione “gentile” fatta di pensiero e parola, di sfide da sempre pensate impossibili, non stare dunque buoni «nelle sale d’aspetto della vita», senza sapere «cosa sto aspettando in questo sporgermi al tempo che viene».

Ascolto consigliato

IL NOSTRO DOMANI
di Ascanio Celestini
con Ascanio Celestini e Gianluca Casadei
produzione Compagnia Fabbrica

DELLA DELICATEZZE DEL POCO E DEL NIENTE
di Mariangela Gualtieri
voce Roberto Latini
musiche e suono Gianluca Misiti
luci Max Mugnai
produzione Fortebraccio Teatro

Largo Spartaco, Roma – 15 e 16 settembre 2018