Julien Zoluà – Giulio Maria Corso

Nell’epoca della sua condivisione spregiudicata, l’opera d’arte deve forse procedere responsabilmente per temi e problemi, affrontandoli uno per volta, o deve piuttosto mirare a spiazzare per accumulo il pubblico inducendolo a perdere qualunque riferimento? Insomma, meglio abbondare di stimoli o quel troppo – per quanto funzionale – rischia di stroppiare?

Al Teatro Due, fin da subito, gli spettatori sono sedotti e abbandonati. Sulla scena solamente una sedia: pulpito, banco degli imputati, e poi addirittura trampolino di morte. Inizia così Julien Zoulà, con i suoi personaggi compressi in un passo a cinque che, mescolando danza tribale, tecno e balli di gruppo, traccia le coordinate spaziali del racconto. I movimenti sincronici introducono l’azione in un interno borghese, dal gusto quasi ottocentesco, situato nei pressi di un mercato rionale, spaccato “urlante” di realtà popolare nelle cui vicinanze sorge un teatro. Ecco dunque Leone, Isabelle, Julien e due figure indefinite: chi sono? E in che misura incideranno nella storia?

Leone Isidoro è il padrone di casa, un uomo che avverte il peso degli anni che scivolano via nell’infelicità di un matrimonio ormai appassito; ogni giorno evade da sé stesso – e da sua moglie Isabelle – in compagnia di Julien, suo servitore, un “bimbo” di ventisei anni, carico di entusiastica filiale innocenza. Le due figure indefinite, invece, ci appaiono come una sorta di coro greco che puntella d’informazioni accessorie l’evolversi della vicenda, intervenendo puntuali a dar corpo alle fantasie di Julien e Leone, i quali si rincorrono l’uno nei sogni dell’altro, abitandoli e modificandoli come in uno splendido gioco infantile, in cui se desideri qualcosa, basta disegnarlo nella mente e subito diventa reale.

Come quella casa signorile immersa nella confusione popolare del mercato e al contempo a due passi dal luogo del possibile irrealizzato – il teatro -, così la vita del padrone si mescola a quella del “servitore di fantasie”, di cui subisce il fascino. Un bacio scompaginerà le due esistenze, proiettandole in un duello sognato in cui ognuno, infine, convinto di affrontare un nemico altro, si ritroverà in realtà a combattere le proprie pulsioni. La densità drammaturgica, così, si alimenta di imprevedibili citazioni cinematografiche, che tramutano in “comiche rallentate” l’allegoria di un desiderio carnale.

Come afferma Julien, “chi vive bene sogna solo per diletto”, ma Leone ha smesso di vivere da tempo e i suoi sogni rimangono l’unico rifugio possibile dalle colpe di una realtà costruita per inerzia, unico spazio in cui sentirsi vivi. E di spazio confortante, a ben guardare, non sembra rimanerne molto neanche per il pubblico: finito lo spettacolo, infatti, ci si ritrova scossi e turbati, come reduci di quei sogni che lasciano una scia di angoscia, sogni che si vorrebbero richiamare alla memoria per comprenderne il senso, per capire come non rimanere incastrati tra sonno e realtà, e invece fuggono via, lasciando aleggiare nell’aria il perturbamento irrazionale del dubbio: abbiamo vissuto un sogno oppure siamo rimasti intrappolati in un incubo?

Teatro Due, Roma – 21 gennaio 2015

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