(S)workers

Take a walk on the wild side

Teatro e prostituzione: la lezione pugliese

Cercare altri luoghi, ritagliarsi spazio, uscire dagli usuali confini, attrarre nuovi pubblici. A prescindere dalle stagioni, in Puglia è sempre meno raro assistere a uno spettacolo teatrale fuori dal suo canonico edificio di riferimento. La necessità di alcune compagnie – spesso estromesse dai circuiti principali – di portare in scena i propri lavori, la volontà di «avvicinare» un pubblico poco abituato a frequentare il teatro, e la nascita in questi anni dei Laboratori Urbani – frutto di oculate (almeno in fase di attuazione) politiche giovanili regionali –, hanno infatti favorito questa «emigrazione» dello spettacolo convenzionale in luoghi non convenzionali. Facciamo un rapido giro.

Dal nord barese segnali confortanti arrivano già da qualche anno (problemi burocratici a parte) dal MAT di Terlizzi (BA) che, sotto la direzione di Riccardo Lanzarone per quanto concerne la sezione teatrale, offre corsi di formazione, laboratori e una vera e propria stagione quasi sempre sold-out (siamo intorno ai 100 posti) a ogni appuntamento. Spostandoci leggermente più a nord incontriamo l’Officina San Domenico di Andria (BT), ormai parte integrante del Festival Castel dei Mondi e la Libreria Vecchie Segherie e altre storie di Bisceglie (BT), sede della rassegna Effetti Collaterali compresa nella stagione del Teatro Garibaldi diretta da Carlo Bruni. Andando verso sud, invece, troviamo quel gioiellino dell’ExFadda, laboratorio urbano di San Vito dei Normanni (BR) che la scorsa estate ha ospitato una mini-rassegna teatrale – Ad esempio, a me piace il Sud – diretta dai Meridiani Perduti: circa 200 spettatori a sera per tre appuntamenti che, oltre agli stessi Meridiani, ha ospitato Flavio Albanese e Marco Baliani.

MAT laboratorio urbano

Sala teatro MAT laboratorio urbano – Terlizzi (BA)

La lista è naturalmente parziale, ci vorrebbe un articolo più corposo dedicato esclusivamente ai luoghi «altri» del teatro pugliese. Forse lo scriveremo, ma ora concentriamoci sui due edifici che hanno ospitato gli spettacoli che andremo a descrivere. Il primo è Spazio13, luogo di riattivazione culturale rivolto ai giovani nato nell’autunno scorso nei locali riqualificati dell’ex Scuola Melo, edificio per anni in disuso situato nel Quartiere Libertà di Bari. Lo spazio prende il nome dalle tredici associazioni che lo abitano proponendo attività di varia natura che comprendono, ovviamente, anche il teatro. Il secondo è Corato Open Space, laboratorio urbano, appunto, di Corato (BA) che si propone di essere il fulcro della vita giovanile del territorio attraverso attività ludiche, laboratori, corsi di formazione di vario genere con una particolare attenzione per chi desidera avvicinarsi al mondo del teatro.

Spazio13

Spazio13 – Bari

Proprio in questi due edifici è stato possibile assistere a due spettacoli dedicati al mondo della prostituzione, tema molto caro all’arte in tutte le sue variegate forme. Al mestiere più antico del mondo sono infatti dedicate alcune rilevanti opere che, oltre a creare un cortocircuito tra arte ed eros, esplorano il lato meno familiare di (nella maggior parte dei casi) donne ritenute meri oggetti. Qualche esempio? Nell’Ottocento in Francia non era affatto inconsueto imbattersi in qualche dipinto dal contenuto conturbante. Se Degas e Toulouse-Lautrec fecero scuola, pare inevitabile citare, tra gli altri, il solitario fantasma della lussuria dipinto da Louis Anquetin (Femme sur les Champs-Elysées la nuit, 1891) e il bordello di Picasso del celeberrimo Les demoiselles d’Avignon (1907).

les demoiselles d'avignon

Pablo Picasso Les Demoiselles d’Avignon (1907). ©MoMA

Cambiando versante artistico, sono intrise di sensualità e tormento le pagine dei Salons di Nanà descritti da Émile Zola e quelle della travagliata relazione tra Ferdinand e Molly in Viaggio al termine della notte di Céline; le note de La traviata di Giuseppe Verdi incentrata sulla figura di Violetta, prostituta d’alto bordo, o de La canzone di Marinellla di Fabrizio De André; o ancora le immagini che hanno immortalato il disilluso Joe Buck (Jon Voight), protagonista di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger e quelle di Filumena Marturano, che dal teatro di Eduardo si spinse verso il cinema con lo stesso attore, drammaturgo e regista napoletano e poi con Vittorio De Sica (Matrimonio all’italiana). E in fondo, anche se nel romanzo di Truman Capote appare meno sottinteso rispetto al film di Blake Edwards, anche l’incantevole Holly (Audrey Hepburn) di Colazione da Tiffany (1961) faceva quel mestiere lì.

Colazione da Tiffany

Audrey Hepburn Colazione da Tiffany 

Sensualità, tormento, afflizione, pena e peccato (spesso) senza possibilità di redenzione sono anche i cardini attorno a cui ruotano i sette quadri che compongono (S)workers, ultimo lavoro della Compagnia Acasă (dramaturg Valeria Simone). Un percorso fisico, ancor prima che metaforico, tra gli inferi di un mercato – quello del sesso – sviluppato in un incedere itinerante che segue la scarnificazione dell’atmosfera ottenuta mediante una progressiva riduzione della parola in favore del gesto. Sette stanze di Spazio13 sono dunque «abitate» dai corpi, dai monologhi e dalle vicende di sette interpreti differenti che, a stretto contatto con il pubblico, tentano di mostrare i lati meno conosciuti di un commercio umano di cui tanto si parla quanto poco se ne scava la superficie.

(S)workers

Acasă (S)workers. Foto ©Maria Grazia Morea

Di stanza in stanza lo spettatore si ritroverà a fare i conti con la logorrea di una prostituta alle prese con l’età che avanza e con un ricambio che spesso trae linfa vitale dall’estero; con un magnaccia nella sua doppia veste di protettore e padre, con tutti i conflitti che può provocare; con una escort sicura di sé che crede di aver compreso il beffardo gioco della vita; e ancora, con l’effimera realtà consumata dietro una webcam; e con una bambina strappata alla sua adolescenza per diventare pura merce.

Gli ultimi due quadri, invece, sono caratterizzati dall’assenza di una parola ormai divenuta insufficiente per descrivere situazioni e stati d’animo sempre più disumanizzanti. Ecco quindi una ragazza nera e il suo nero manichino che accompagna il malinconico e lento scandire di un tempo percepito come identico e interminabile, e la freddezza di una danzatrice che trasforma, attraverso il suo meccanico contorcersi, il proprio corpo in puro oggetto di piacere.

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Acasă (S)workers. Foto ©Maria Grazia Morea

Uno sguardo panoramico, quindi, sulle varie sfaccettature che compongono un mondo in cui l’umanità è sopraffatta e i sentimenti lasciano il posto a un corpo e a una mente sempre più addomesticati. Se l’intento di questo viaggio era quello di sensibilizzare lo spettatore, l’operazione sembra più che riuscita. Appare invece più fragile il tentativo di scavare nelle anime, di arrivare alla radice di queste identità violate: non sempre si riesce a superare la facciata esterna di un universo dalle mille sfumature, tutte da denudare. Ma a mancare è soprattutto una visione d’insieme che leghi i vari quadri, dall’eterogenea cifra stilistica, oltre l’intuibile fil rouge della prostituzione. Le vicende, infatti, danno l’impressione di essere pezzi unici e non tasselli dello stesso mosaico, andando a inficiare il carattere itinerante dello spettacolo. Una caratteristica che non abbiamo fatto fatica a rintracciare, ad esempio, in Dune di Clessidra, lavoro simile per costruzione e, forse, intenti.

(S)workers

Acasă (S)workers. Foto ©Maria Grazia Morea

Arriva più in profondità, invece, la scrittura di Simonetta Damato (anche interprete) e Gabriele Paolocà (alla regia) che portano in scena Vita oscena di Brenda Wendell Paes, spettacolo ispirato alla nota vicenda del transessuale brasiliano coinvolto nello scandalo ad alto tasso di sesso, droga e ricatti che portò l’allora Presidente della Regione Lazio – Piero Marrazzo – alle dimissioni. Un alone di mistero e condotte poco ortodosse culminate con un corpo ritrovato senza vita nel novembre 2009, soffocato dal fumo dell’incendio appiccato nella sua abitazione. Ma le pure notizie di cronaca e politica rimangono solo in superficie per lasciare spazio all’esplorazione di un’anima ritrovatasi a giocare un gioco più grande di sé.

Vita oscena di Brenda Wendell Paes

Simonetta Damato Vita oscena di Brenda Wendell Paes

Abito succinto, movenze da grande felino e un accento portoghese che tuttavia si perde un po’ quando il tono di voce si alza: Brenda si presenta in scena assopita, svegliata da un sogno che presto si rivelerà un incubo. Una scenografia circense le consente di presentare i provocanti e dissoluti lati del suo mestiere. Attorno a lei anche un microfono, fonte del suo pensiero più intimo e inconfessato, una valigia piena di sogni irrealizzabili e una piccola tigre ingabbiata che mette in luce tutto il suo paradosso esistenziale.

Si procede dunque a fasi alterne. La lingua tagliente, gli stacchetti da soubrette e la routine che scivola via tra clienti e infelici compromessi tratteggiano gli spigoli più noti di una monotonia ben sintetizzata da un eccentrico quanto efficace Gioca Jouer dal contenuto erotico. A fare da contraltare al grande circo della sua vita ci sono le parole non dette, i sogni infranti, una giovinezza rubata, la voglia di prendere una fetta di quella torta, anche a costo di mandare in frantumi la propria esistenza.

«Se tutto fosse finito, una volta fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto» faceva dire William Shakespeare al suo Macbeth. Così agisce Brenda, sprezzante del pericolo e desiderosa di dare una svolta alla sua vita, approfitta di un gioco apparentemente favorevole fatto di scandali emersi, oscenità soffocate e silenzi comprati. Silenzi che diventano assordanti, però, quando devono fare i conti con i colpi di spugna gettati dai piani alti, mostrando, una volta per tutte, quanto insignificante possa diventare una vita umana.

Della mente, allora, non rimane che una follia indotta e consumata da sola in una stanza sempre più stretta. Del corpo, reso sempre più simile a una marionetta, solo cenere.

Vita oscena di Brenda Wendell Paes

Simonetta Damato Vita oscena di Brenda Wendell Paes. Foto ©Lidia Bucci

Due spettacoli che, quindi, portano a emergere (chi più e chi meno) ferite ancora terribilmente aperte tentando di sorvolare sul più consueto luogo comune per concentrarsi sugli aspetti meno noti ma anche più significativi di anime alla disperata ricerca di rivalsa, disgregate sotto i colpi di una cinica e brutale vita che spesso non hanno neanche scelto. Ma soprattutto—ci dimostrano quanto la volontà e la tenacia a volte abbiano ben poca voce in capitolo quando la sorte ha già scelto per te.

Ascolto consigliato

(S)WORKERS

Ideatrice e Dramaturg Valeria Simone
di Valeria Simone, Marianna De Pinto, Maristella Tanzi, Marco Grossi, Rossella Giugliano
con Marianna De Pinto, Erika Lavermicocca, Maristella Tanzi, Marco Grossi, Manuela Vista, Rossella Giugliano, Fatou Cisse
costumi e oggetti di scena Porziana Catalano
graphics e video post produzione Maria Grazia Morea
disegno luci Michelangelo Volpe

Spazio13, Bari – 22 ottobre 2017

VITA OSCENA DI BRENDA WENDELL PAES

di Simonetta Damato e Gabriele Paolocà 
con Simonetta Damato
regia Gabriele Paolocà

Corato Open Space, Corato (BA) – 21 ottobre 2017