Foto di scena©@Lamanna

Il passo mancato di Amleto nell’Ivanov di Filippo Dini

“What do you read, my lord?”
“Words, words, words”
Shakespeare, Hamlet, Act II

Sul palco del teatro Eliseo,  un uomo è intento a leggere un libro – sguardo assorto, aplomb da intellettuale. Potrebbe sembrare Amleto, ma non lo è, anche se gli somiglia parecchio: si tratta di Ivanov, prima creatura a tutto tondo del teatro di Čechov. Prima di lui, ci sono gli scherzi, i vaudeville, gli atti unici; dopo, i capolavori. In Ivanov c’è già la luce che si irradierà come per contagio in Treplëv, Andrèj Prozorov, Zio Vanja e tutti gli altri: è lui il capostipite di quella stirpe di personaggi votati al fallimento e all’infelicità che popolerà il mondo di Čechov, come il nostro.

Ivanov è un uomo meschino e non ha paura di ammetterlo: forse ha sposato la moglie, che per lui ha ripudiato la fede ebraica, solo per interesse; ora che Anna Petrovna sta per morire di tisi, egli non l’ama più e trascorre tutto il tempo a casa dei ricchi vicini Lebedev.  Ciò che distingue Ivanov dai personaggi che lo circondano – lo zio Sabelskij tenero e fannullone, l’esilarante Borkin sovrintendente della sua tenuta, il medico integerrimo L’vov – è la continua messa in discussione tormentata del suo stare al mondo, aspetto che lo rende così vicino a un suo parente ben più prossimo, Amleto.

Filippo Dini si approccia a Čechov da un’angolatura originale, lo rispolvera da quell’abituale vena piagnucolosa e fa invece scatenare una comicità irresistibile: dall’iniziale tenuta di campagna grigia e povera di Ivanov, la scenografia mobile (scene e costumi Laura Benzi) si muove nel salotto cafonal-kitsch dei Lebedev. Tintinnanti brillocchi d’oro, sorrisi patinati, costumi vistosi, ed ecco passare in rassegna una serie di personaggi degni di un servizio di Dagospia: i coniugi Lebedev, la giovane figlia Saša (l’eccezione), di cui Ivanov è innamorato, la frivola Babakina, il servo Gravila, tutti riuniti in un chiacchiericcio civettuolo e maligno per colmare il vuoto della noia.

Ivanov/Dini, con la sua espressione corrucciata, la postura contratta e introspettiva, è qui la parodia lamentosa di sé stesso; animato da un chiaro intento di non prendersi troppo sul serio e di minimizzare le proprie disgrazie, le allinea piuttosto sullo stesso piano della comicità, senza far entrare i due aspetti in vero conflitto. Ci chiediamo però se questo approccio uniforme sia in grado di rendere conto delle complicate sfaccettature di questo antieroe che, lungi dall’essere sgradevole come appare, è in realtà un uomo infelice, incapace di affrontare la vita che gli sfugge continuamente dalle mani, e la cui tragicità risiede proprio nel fatto di non avere colpe, da ricercare semmai nell’inevitabilità della vita stessa. A volte, sul palco sembra di vedere più un uomo in crisi di mezza età alle prese con un matrimonio finito e meno delle insolubili contraddizioni di Amleto.

Foto di scena©@Lamanna

La vita è troppo complicata per fare sempre la cosa giusta – sembra dirci Čechov tra le righe –, così, dopo aver dato l’ultimo addio alla moglie in un  lungo e toccante abbraccio alla Café Müller, Ivanov non può accettare il nuovo amore di Saša, che sarebbe per lui la luce, la giovinezza ritrovata, il nuovo inizio. Arriviamo così al quarto atto, capolavoro di comicità isterica e parossistica nella regia di Dini, in cui, tra il bianco e nero della nuova scenografia – che come per un lapsus freudiano sembra già adibita a funerale – Ivanov inscena l’ultimo dramma della lucidità, proprio nel giorno del suo matrimonio. Fra “essere o non essere”  non ha dubbi: una volta capito chi è, fa quel passo consapevole verso il non-essere che Amleto non aveva avuto il coraggio di fare. Ora, per i personaggi rimasti, non c’è più niente da ridere.

Foto di scena©@Lamanna

Quello di Filippo Dini è un Ivanov “pop”, assolutamente godibile, “per tutta la famiglia” verrebbe da dire (co-prodotto dal Teatro Due di Parma e dal Teatro Stabile di Genova). Si esce dalla sala soddisfatti grazie a un cast di attori davvero validi e brillanti nella caratterizzazione dei personaggi (Filippo Dini, Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Gianluca Gobbi, Orietta Notari, Valeria Angelozzi, Ivan Zerbinati, Ilaria Falini, Fulvio Pepe) e da una messa in scena che, seppur tradizionale, attraverso l’ironia rende quella provincia russa estremamente vicina alla nostra. Se però Čechov guadagna in brio, perde un po’ in complessità.

Filippo Dini ha avvicinato Čechov al pubblico; forse, operazione ancora più complicata sarebbe quella di avvicinare il pubblico a Čechov.

 Letture consigliate:
• Tre atti unici – Rustioni/ Čechov, di Giacomo Lamborizio
• Sistema Čechov – F.Gili, di Elena Cirioni
• Il Gabbiano – La Fabbrica, di Giulio Sonno
• Senza trama e senza finale – Macelleria Ettore, di Sarah Curati
• Villa dolorosa. Tre compleanni falliti – Rustioni/Kricheldorf, di Nicola Delnero

Ascolto consigliato

Teatro Eliseo, Roma – 10 novembre 2015