Cloture de l'amour – Pascal Rambert

Clôture de l’Amour – Pascal Rambert

Clôture in francese significa «chiusura, clausura, barriera, recinzione, rete». Non solo qualcosa che “finisce”, dunque, ma che, pur nel suo estinguersi, “sbava”, si protrae e immobilizza, come le larghe trame di una rete.
Al contempo, questa «recinzione» stabilisce un limite, un dentro e un fuori: una volta oltrepassato quest’ultimo, indietro non si torna.

Quando entriamo in sala, le luci sono spente. Prendiamo posto e c’è appena il tempo di osservare la scena vuota prima che da una porta di sicurezza entrino un uomo e una donna; lui preme un interruttore e improvvisamente i neon che sovrastano il palco ci invadono di un’accecante luce bianca. Bianche sono anche le mura di questa stanza, «un mausoleo», a detta di lui, a metà tra una sala prove e una palestra (sul palco, solo una panca e una lunga sbarra di legno sul fondo): «il dolore è così tanto, che tutto diventa bianco», dirà lei verso la fine, ma partiamo dall’inizio.

In principio c’è già la separazione: i due entrano in scena e si posizionano uno di fronte all’altro, lontani. In principio, c’è il conato incessante di parole di lui, sabotatore di un amore a tradimento: Anna e Luca stanno insieme da una vita, lavorano insieme (a teatro), hanno tre figli e si sono scambiati l’anima. Ora lui le vomita addosso la sua razionale e ponderata confessione di “non più amore”. Nel frattempo, Anna è un fascio di nervi tesi e doloranti che resta in silenzio, a pugni chiusi, per tutta la prima parte dello spettacolo; la visione dell’uno e quella dell’altra non coincidono, non s’incontrano più, neanche per dirsi addio.

Le frasi si accumulano in due lunghi soliloqui in cui a stento c’è il tempo di riprendere fiato, le voci scavano nei ricordi vivi e carnali, eppure sotto tante parole c’è il vuoto: ci ricorda così che anche noi siamo «apparecchi programmati a consumarsi», corpi svuotati che a un certo punto non provano più niente, che una volta “rotti” non si aggiustano più. Con queste due solitudini mai dialoganti, il palco diventa un campo di battaglia, un ring di pugilato dell’anima, dove si consuma lo spettacolo esasperante dell’epilogo di un amore che alla fine implode su sé stesso.

La scrittura è fluida, affilata, perennemente meta-teatrale (entrambi sono attori: «se ci fosse della gente a guardarci», «se fossimo a teatro…» sentiamo dire più volte nei loro monologhi), perché in fondo amare altro non è che una finzione, una farsa, una «setta», come mettere in scena un copione in cui a un tratto qualcuno può non riconoscersi più; e forse è proprio questo parallelo tra amore e teatro a costituire uno degli aspetti più interessanti e originali di questa scrittura.

Composto dall’autore e regista francese Pascal Rambert, Clôture de l’amour ha debuttato al Festival di Avignone nel 2011, e in Francia si è aggiudicato il premio della critica 2012 per la “Miglior Creazione di un testo teatrale in lingua francese” e il Gran Premio della Drammaturgia 2012. Dopo essere stato tradotto, e affidato alla notevolissima performance di Anna Della Rosa e Luca Lazzareschi – che non si risparmiano un secondo -, in scena, la versione italiana ha debuttato al Teatro delle Passioni di Modena nel 2012, sotto la regia dello stesso Rambert; questa è la terza tournèe italiana, che per la prima volta tocca anche Napoli.

Si tratta di uno spettacolo faticoso per chi lo fa e per chi vi assiste: un’ora e mezza di apnea emotiva senza catarsi, che consigliamo a tutti, in particolare a chi ha paura di soffrire.