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‘Io, Nessuno e Polifemo’: il triello della prospettiva capovolta

Emma Dante torna a RomaEuropa Festival

Questo è il racconto di un’infrazione liberatoria, di un esercizio di stile. Decidiamo quindi di adeguarci e  cominciamo dalla fine.

Il sipario del Teatro Vittoria si chiude, tagliando fuori, a bordo palco, Emma Dante, come a ricacciarla nella sua dimensione ordinaria. Primo dato dedotto: la regista palermitana, questa volta, ha agito direttamente in scena. Del resto, un primo indizio era già a disposizione prima che lo spettacolo avesse inizio.

Io, Nessuno e Polifemo – “intervista impossibile” nata come idea per il libro Corpo a corpo (AA.VV. – Einaudi  2008) – dichiara nel titolo un’intenzione poetica precisa: Emma Dante “scende in campo” per indagare da una prospettiva altra il mito, tentando di dimostrare, una volta di più, che siamo tutti disperatamente aggrappati alle certezze, alla Storia sedimentata nella pietra secolare della tradizione che, seppur “Storia di Vincitori” parziale e distorta, garantisce la continuità del nostro quieto sopravvivere.

Chiuso il sipario e scoperto l’intento, continuiamo con le infrazioni e ricominciamo dall’inizio.

Visivamente, si coglie subito l’equilibrio formale e simmetrico della scena, tratto stilistico ricorrente nel teatro di Dante: quattro teli neri su ognuno dei due lati del palcoscenico disegnano i corridoi per l’ingresso di tre marionette in carne e ossa, tre danzatrici  che, muovendo a scatti tra le dita un burattino di legno, sembrano assorbirne la volontà mentre ne replicano gli spasmi, rendendo chiara la metafora delle “marionette d’opinione” cui ci riduce la Storia preconfenzionata (coreografia Sandro Maria Campagna).

Non mancano, da subito, le suggestioni sonore: a sovrastare la scena c’è la postazione di Serena Ganci, che per tutto lo spettacolo canta, suona, campiona e mescola musica e suoni, moltiplicando l’effetto delle coreografie e costituendo – con le danzatrici – una sorta di retaggio di coro greco, un elemento di raccordo tra tutti i nodi del meccanismo drammaturgico.

Direttamente dalla platea, come a rimarcare la sua derivazione dalla realtà, fa il suo ingresso Emma Dante, l’intervistatrice per caso che, richiamando i versi dell’Odissea, si addentra nella spelonca buia dove vive il ciclope accecato da Ulisse. Il taglio ironico dell’esperimento teatrale è subito evidente: entrare in “casa” di Polifemo e chiedere “C’è nessuno?” non può che provocare il permaloso gigante che, a dispetto di quanto avevamo appreso tra i banchi di scuola, si esprime in napoletano: ecco il primo movimento poetico della regista, che prende il mito che la tradizione epica aveva collocato proprio in Sicilia e lo allontana da sè, lo sposta dall’Etna fino alle pendici del Vesuvio, per innescare un meccanismo utile a cambiare l’angolazione del punto di vista.

Polifemo (Salvatore D’Onofrio) è – a sorpresa – una creatura docile, certo depressa e rancorosa, ma desiderosa di raccontare la sua verità su quel signor “Nessuno”– a suo dire – più “cornuto” che eroe. Ed ecco che – tirato in ballo dall’immaginazione dell’investigatrice omerica – arriva Ulisse (Carmine Maringola), anch’egli napoletano, un pulcinella spocchioso che preferisce farsi chiamare Odisseo, perché “è cchiù epico”. I due protagonisti di questo triello della prospettiva capovolta sono quindi in realtà, o meglio, in questa realtà, un povero vecchio “babbasone” (un gigante buono ma senza cervello) e un viveur, scaltro ma piuttosto sempliciotto, che scambia “la” Dante per Dante Alighieri. Già, Emma Dante, il terzo effettivo personaggio in scena, che – intervallando  domande e  osservazioni – non rinuncia a sortite autoironiche e approfitta per “togliersi qualche sassolino” dalla scarpa dell’orgoglio: incalzando Polifemo, rivendica le sue radici artistiche, cita Carmelo Bene, Fo, Eduardo, e coglie l’occasione per dimostrare come e perché sia affascinata dai dialetti, rispondendo alle parole di “un critico” (si tratta di Franco Cordelli del Corriere della Sera, approfondisci qui).

Il risultato però non è sgradevole, perché questa momentanea moltiplicazione dell’io, un po’ come per l’opera di Pirandello che il titolo evoca appena, finisce per annullarlo, lasciando il campo all’unica vera protagonista della scena: la possibilità del libero arbitrio.

Certo, questo non è uno spettacolo “alla Emma Dante”, si tratta evidentemente di una infrazione, di un’elegante passeggiata in un terra di mezzo, tra scena e realtà, che seppure resta ascrivibile alla categoria dell’esperimento e ceda nel gioco dell’esercizio di stile la sua efficacia post-visione, riesce a creare attimi di suggestione: quando Odisseo evoca Penelope e si scatena la coreografia della tessitura rabbiosa che cresce con l’emozione elettronica composta da Serena Ganci, l’effetto lirico è fortissimo, straziante.

Resta il tentativo di raccontare un altro mito, quello di “Emma, o’cornuto e il babbasone”  che, scombinando le antologie, ci tramandano un’insolita ricetta, il “capretto caso e ova”, che forse altro non è che il tentativo di farci assaggiare un gusto nuovo, quello della riscoperta dello spirito critico, dell’autoironia, tanto per aiutarci a non diventare tanti signori nessuno, o peggio, come capitato a Polifemo, una distesa di  montagne inanimate.

(Foto ©www.emmadante.com)