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Il segreto di Otello – Francesco Ranieri Martinotti

All’inizio il titolo può effettivamente ingannare, ma Il segreto di Otello, documentario di Francesco Ranieri Martinotti che sarà presentato al Festival di Berlino nella sezione Culinary Cinema, non ha niente a che fare con la celebre tragedia di Shakespeare. In questo caso Otello è infatti il nome di un leggendario ristorante di Roma, nato grazie alla volontà di un abile ristoratore (Otello, appunto) e della moglie Nora, e divenuto celebre nell’’immediato dopoguerra. Ma considerarlo “semplicemente” un posto in cui mangiare significa non individuarne e ca(r)pirne l’’anima, l’’essenza: non ci sarà infatti nessun legame col teatro shakespeariano, ma l’’arte, la cultura e la creatività hanno comunque costituito parte integrante di questo luogo.

Otello era infatti anche spazio di incontro di pilastri del cinema italiano come Visconti, Monicelli, Fellini, Zurlini, Antonioni, Scola, Age, e passaggio quasi irrinunciabile per star del calibro di Katharine Hepburn, Marlon Brando, Robert De Niro, Roman Polanski. Una “zona” preziosa, in cui sono nate pagine importanti del Neorealismo e della commedia all’’italiana, e dove, ancora oggi, seppur in un contesto (purtroppo) diverso, le vecchie generazioni di registi e artisti si ritrovano e si intrecciano con quelle più giovani.

il segreto di otello

Per festeggiare i cento anni della nascita di Otello è stato organizzato un concerto all’’interno del ristorante. Il documentario si divide proprio fra momenti di performance live di musicisti, fra cui Donovan e Luca Barbarossa, testimonianze e riflessioni, fra gli altri, di Ettore Scola, Ennio Fantastichini e Alessandro Haber, e, in misura minore, brevi filmati del passato, che si infiltrano nella pellicola come imprevedibili e inaspettati scatti della memoria. Per gli sceneggiatori e registi da Otello il cibo più che scopo era quasi uno spunto, rappresentava il punto di partenza per la scrittura di sceneggiature, l’’inizio di progetti e percorsi artistici che in molti casi si sarebbero trasformati in alcune delle parti più genialmente sostanziose del nostro cinema.

Un documentario che è vigorosa celebrazione e delicatissimo, necessario movimento del ricordo, che fotografa il calore -– intellettuale e affettivo –- di un tempo mescolato con impasto malinconico al parziale vuoto depositato dal presente. C’’è la consapevolezza di un periodo ormai non più ripetibile, di una nostalgia che non cederà mai, ma anche la sentita necessità della memoria, dell’’importanza di non dimenticare i fasti, abbastanza forte e salda da sapersi difendere, da essere in grado di scacciare senza esitazione qualsiasi tipo di possibile, barbarico oblio.