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I bambini sanno – Walter Veltroni

Anno nuovo, “veltronata” nuova. A quanto pare a Walter Veltroni piace andare sul sicuro e, dopo Quando c'era Berlinguer, torna dietro la macchina da presa con un altro tema inattaccabile: i bambini. Veltroni fa leva sulla simpatia e sull'ingenuità che questi ultimi sono soliti regalare per far sciogliere il suo pubblico e anche una delle cattivissime firme del nostro giornalismo, Andrea Scanzi. Il giornalista –- uno che quando intravede l'ombra del PD s’infervora come il panda di una nota marca di formaggio spalmabile -– ha tessuto le lodi del film in un articolo apparso sul Fatto Quotidiano. Mica male.

Partiamo dalle basi. La passione dell'ex Sindaco di Roma per il cinema non è mai stata un segreto, e il suo amore per la Settima Arte è manifestato nell'incipit di questo documentario, ossia quando le corse infantili più famose della storia cinematografica -– da Billy Elliott a Stand By Me passando per I quattrocento colpi –- si alternano sul grande schermo. A parte questo facile gioco di montaggio, però, le abilità registiche di Veltroni non si discutono. Perché in fondo non ci sono, ed è bene ricordarlo vista la notevole importanza che ha l'estetica oggi nei documentari.

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Veltroni si limita a inquadrare i bambini intervistati nelle loro camere concentrandosi sui loro volti e sfocando tutto il resto. Ad alternare questi volti ci sono delle sequenze esterne in cui la macchina da presa, partendo da un punto fisso, si muove verso panoramiche molto simili tra loro. L'unico movimento più complesso lo si ritrova verso l'epilogo, quando uno dei protagonisti del film, un bambino Rom che non ha mai visto il mare, viene ripreso in tutta la sua felicità mentre sguazza per la prima volta in acque marine. Finale stucchevole, ma a parte questo, è una ripresa che nella sua scompostezza René Ferretti non si pentirebbe di definire girata “a cazzo di cane”. Vedere per credere.

Ma veniamo ai contenuti. Veltroni seleziona, da un’ampia rosa, 39 ragazzini di età compresa dai 9 ai 13 anni di varia estrazione sociale e culturale: dalla figlia di omogenitori al nipote di una vittima delle Brigate Rosse, dagli abitanti di Lampedusa al Rom che vive in una roulotte, dalla gemella Down al figlio di un operaio di una fabbrica chiusa. A questi piccoli adulti, alcuni dei quali cresciuti prima del tempo per i motivi di cui sopra, pone domande sulla crisi italiana, sulla religione, sull'omosessualità e su altri grandi temi del mondo contemporaneo.

Grazie alla matura ingenuità che un bambino può avere a quell'età, Veltroni vuole strappare un sorriso e, talvolta, una lacrima con delle modeste domande intramezzate da sequenze volte ad acuire i sentimenti espressi a parole. Ciò che sconforta maggiormente, però, è l'assoluta banalità dei quesiti rivolti. Va bene, gli interlocutori sono dei ragazzini, ma spesso vengono poste domande che nemmeno un Marzullo alzatosi dal letto con il piede sbagliato s'immaginerebbe di fare. Ribadisco: vedere per credere.

Cosa sanno, dunque, questi bambini? Essi ascoltano le tre grandi J del Rock (Hendrix, Joplin, Morrison), leggono Shakespeare e Dante, hanno una concezione della religione che nemmeno molti adulti dopo anni di ricerca potrebbero avere e, soprattutto, riescono a coniugare i congiuntivi in maniera perfetta. Senza dubbio il notevole lavoro di casting ha influito molto, ma ha anche portato alla realizzazione di un documentario artefatto, buonista e politically correct, qualità tanto care al Veltroni politico ma poco pertinenti quando, a detta dell'autore, le intenzioni erano di “fotografare l'Italia di oggi attraverso la percezione della vita che hanno i bambini tra i 9 e i 13 anni”. No, direi che non si è nemmeno lontanamente avvicinato.