Cresci bene, cresci forte – Miceli Picardi

Cresci bene. Cresci forte – Francesca Romana Miceli Picardi

Quando Michelangelo tirò fuori dal marmo La Pietà, il suo scalpello definì i contorni universali della maternità e dell’essere “donna fra le donne”. Oggi il marmo non basta più. L’ingordigia mannara di immagini e intimità violate, propria dell’epoca contemporanea, impone che ci siano la carne e la voce, perché qualunque discorso sulla femminilità possa essere innescato.

Accade così che, stipati in un piccolo teatro della Capitale, ci si ritrovi in un moltiplicatore di universi femminili. Cresci bene.Cresci Forte – scritto e interpretato da Francesca Romana Miceli Picardi, con Teresa Luchena e Gea Storace, per la regia di Alfredo Agostini – è un confronto tra madri e sorelle: tre atti, tre “corti” teatrali sulla “resistenza domestica” di nove donne che si misurano con il dolore, la rabbia e, inevitabilmente, l’amore.

Il primo atto è un “triello”: Annamaria e Katia sono sorelle cresciute all’ombra di un abbandono paterno e schiacciate dall’odio di una madre snaturata; Annamaria è diventata un avvocato e Katia un omicida. Si ritrovano a colloquio in carcere, per confrontarsi con la memoria e con quell’odio latente verso la madre che sembra contagiare anche il loro rapporto.

Si spengono le luci e la scenografia minimale del primo atto basta a tradurre un nuovo paradigma spaziale: periferia romana, altre due “sorelle diverse” si confrontano con la disillusione verso la vita, i sogni infranti e quell’attaccamento al denaro inculcato dalla loro madre. Michela e Giorgiana sono due donne agli antipodi, tanto sognatrice la prima quanto realista la seconda, portatrice dei segni di una nuova maturità che la invade dal grembo.

Nell’ultimo atto, il più intenso, il triangolo tra altre due sorelle e l’esempio materno si precisa nel ricordo di una madre appena defunta. In realtà è quasi un intero monologo di Marta che si ritrova a elaborare il lutto con Angela, la sorellina affetta da autismo, di cui dovrà occuparsi: risentimento e paura fino al ballo finale – due ragazze che si scoprono donne sole.

Complici o nemiche, madri e sorelle, pianti di gioia e risate isteriche: Teresa Luchena e Francesca Romana Miceli Picardi si dimostrano agili a cambiare registro interpretativo per ogni unità drammaturgica, sostenendo la parabola emozionale crescente voluta dall’autrice, che affida a Gea Storace i ruoli (un po’ ingessati – per tornare a Michelangelo) delle madri. Viene però da chiedersi il perché di alcune scelte: quanto incide la rincorsa al lieto fine, presente in ogni atto, sull’edulcorazione dei temi affrontati? Elidere dal racconto l’elemento maschile, non finisce per far naufragare le riflessioni sulla femminilità nello stereotipo, evitando il confronto di genere?

Poco male, perché il trittico ha mantenuto fede alla sua “missione poetica”. Si intendeva incrociare esempi di femminilità e di maternità per spingere a una riflessione sui temi dei rapporti familiari e dell’educazione: missione compiuta. Basterà?

Teatro Millelire, Roma – 7 ottobre 2014

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