Club-To-Club-2016-2

Club to Club 2016 è stato così

Milano non sarà New York ma Torino è sembrata Berlino

Partiamo dai freddi e crudi dati: la sedicesima edizione del Club to Club ha registrato quest’anno la bellezza di 45.000 presenze per 5 giorni di festival. Un evento che, come hanno sottolineato più volte gli organizzatori, ha coinvolto tutta la città di Torino, con una serie di palchi, oltre al “sancta sanctorum” rappresentato dalla Lingotto Fiere, disseminati lungo tutta la superficie metropolitana. Si parte quindi da qui per analizzare un'edizione, soffermandoci sui due giorni “centrali”, ovvero venerdì 4 e sabato 5, per comprendere come la kermesse torinese sia arrivata ad un vero e proprio punto di non ritorno: acquisita una solida reputazione internazionale (bastava aver fatto qualche coda per sentire parlare un sacco di lingue diverse), con un parterre sempre più ricco di artisti di alto livello, per il Club to Club è arrivato il momento di spiccare il volo. Da festival di respiro globale ora occorre che diventi “il festival internazionale per eccellenza d'Italia”: ha tutte le carte in regola e l’edizione di quest'anno, pur non arrivandoci, ha confermato tutte queste beate speranze.

Venerdì 4 novembre
Per la giornata di venerdì 4 novembre ci siamo soffermati sugli artisti presenti nel main stage: questo perché, forse un po' a sorpresa, gli organizzatori hanno fatto sfilare sul palco principale una serie di nomi molto eterogenei, sottolineando un'attitudine, per forza di cose, al missaggio, al mescolamento ed alla, si sarebbe detto all'inizio degli anni 2000, contaminazione, uno degli elementi costitutivi del festival. L'inizio, da un certo punto di vista, non è stato però dei migliori: niente da dire sull'esibizione di Anna von Hausswolff, per certi versi impressionante da vedere dal vivo, con quella natura da piccola ninfa bionda dei boschi e poi un set molto possente e deflagrante, ma molto da dire sull'orario di inizio della stessa. Infatti, secondo il programma, il live sarebbe dovuto iniziare alle ore 20:00, e così è stato. Peccato però che gli spettatori per quell'ora erano ancora fermi ai cancelli, in attesa che venissero aperti: così è capitato di assistere ad una scena piuttosto surreale. Ovvero l'artista svedese che davanti a, i classici, “quattro gatti” ha iniziato il suo show, per poi finirlo con una manciata di canzoni davanti ad un pubblico più degno e più consono di un’artista di quel livello. Tuttavia questa manchevolezza da parte degli organizzatori si rivelerà essere una delle pochissime (confermano quanto detto prima: il festival è già di livello internazionale, ora bisogna puntare alla globalità della stesso). Secondi ospiti del main stage sono stati gli Swans capitanati da un Michael Gira particolarmente ispirato. Qui c'è poco da dire: l'esibizione è stata di livello assoluto, confermando il “wall of sound” degli statunitensi, in grado di generare un’atmosfera unica in perenne bilico tra industrial, gothic rock sino al sermone di un predicatore battista (che forse ha perso la fede).

Il pubblico ha seguito il live quasi in religioso silenzio (merce rara di questi tempi) confermando una volta di più come Micheal Gira sia sempre il “fottuto animale da palcoscenico” di sempre. Dopo il dj-set, molto divertente e coinvolgente di Powel, star della XL Recordings in grado di infiammare gli spettatori, è salito sul palco uno dei nomi più grido di questa edizione, ovvero Nick Murphy (alias Chet Faker). A conti fatti questa è stata l'esibizione più discussa e chiacchierata: infatti subito dopo che il producer ha calcato il palco (anzi in alcuni casi praticamente in contemporanea) è partita sui social (attivissimi in questo senso i “commentatori di professione” su Twitter) la ridda dei pareri: “Ha fatto il compitino”, “Chet Faker è un grande anche dietro la consolle”, “Pazzesco, coinvolgentissimo” oppure anche “Show sottotono, non ha dato nulla al pubblico”. A conti fatti lo show è stato, non si può negare, di alto livello. Quello che forse però è mancato a Nick Murphy la volontà/capacità di instaurare un rapporto empatico nel pubblico: l'impressione è stata infatti che abbia suonato “molto più per sé” che per quelli che lo stavano ascoltando. Tuttavia quando è partito Fear Less e Gold il Lingotto è letteralmente esploso. Successivamente c'è stata la lunga e titanica esibizione di Laurent Garnier, artista francese che, molto probabilmente, è stato il vincitore della palma di “miglior performer di venerdì 4 novembre”. Un set particolarissimo, in grado di, pur rimanendo fedele al “credo” della deep-house, spaziare dall'acid alla trance, con inserti jazzy di grande, grandissimo stile. Uno show degno del migliore “french-touch” insomma che ha confermato, una volta di più, l’eleganza assoluta di Laurent Garnier. Quando ormai le 4 di mattina erano scoccate da un pezzo ecco arrivare sul palco gli Autechre: una scelta sicuramente coraggiosa da parte degli organizzatori. Infatti gli inglesi hanno messo in piedi uno show oscurissimo, sia in senso musicale che in senso letterale: senza illuminazione sul palco, Rob Brown e Sean Booth hanno dato vita ad un’esperienza musicale molto sperimentale, con suoni provenienti da uno spazio profondo e nero più della pece. Uno show sicuramente non semplice e per cuori (e menti) pronte. A chiudere la giornata infine ci ha pensato Andy Stott con una performance singolare ed avventurosa, forse l’ideale per far spendere le ultime energie agli spettatori ed accompagnarli al più classico dei cappucci&brioche all’uscita dal Lingotto.

Sabato 5 novembre
Nonostante una pioggia che ha “battezzato” Torino per tutto il tardo pomeriggio, la serata di sabato 5 è cominciata come meglio non poteva: nella “Sala Gialla” infatti, ribattezzata per l’occasione Red Bull Academy ad aprire le danze (in tutti i sensi) ci ha pensato Jolly Mare. Jolly Mare è ormai – e l'esibizione di sabato lo ha certificato – a tutti gli effetti, al pari, per esempio del Parmigiano Reggiano, un vero e proprio “presidio italiano”, l'autore di Mechanics ha suonato come meglio non poteva, scaldando subito gli animi e facendo capire come il quarto giorno di Club to Club fosse un gran giorno. Ed ecco, a conferma di ciò, questa volta sul main stage, l'impressionante show di Ghali, rapper fresco di nuovo video (il plurivisionato Ninna Nanna, la canzone più ascoltata nella storia di Spotify) che ha arringato una folla oceanica al Lingotto. L'autore di una hit assoluta come Cazzomene ha certificato di aver acquisito uno status da artista di rango assoluto.

Dopo l’italo-tunisino è arrivata una delle balotte più strambe, curiose e interessanti che si siano mai viste calcare il palco del C2C: stiamo parlando di Junun feat. Jonny Greenwood, Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express. Questo ensemble ha dato vita ad uno spettacolo magnifico, con suoni, ritmi e suggestioni provenienti da ogni parte “calda” del mondo. Nel giorno del compleanno di Jonny Greenwood (quanti “Happy birthday to you” sono partiti, spontanei, dal pubblico) la band ha dato vita ad una commistione, riuscitissima, di canzoni in ebraico, hindi e lingua kurda, conferma la potenza assoluta della musica nel’l’avvicinare popoli e culture. Da sottolineare le percussioni e i cambi di tempo, davvero molto coinvolgenti: una sorta di The Darjeeling Limited in musica insomma. Se il livello era alto, l'artista successivo non ha fatto altro che, letteralmente, grattare il cielo con le dita: Dj Shadow, e basta fare un giro sui social o suoi blog per farsene un’idea, non ha fatto uno show ma ha portato gli spettatori a fare un viaggio tra le stelle e lo spazio profondo della propria musica.

Un'esibizione potentissima quella del producer americano, anche grazie ad una serie di visual dal grande effetto: non soltanto degli schermi (ben tre) dietro di lui, ma anche un telo davanti, con immagini 3d proiettate su di esso. Nonostante le dimensioni del main stage del Lingotto, non sarebbe passata neppure la più classica delle capocchie di spillo: e quando, giusto verso mezzanotte, sono risuonate le prime note di Midnight In A Perfect World non si poteva desiderare di essere in nessun altro posto sulla Terra che non lì, a Torino, ad assistere a quel concerto (“epic win” per un ragazzo che, in preda all’entusiasmo per lo spettacolo dell’americano, ha esclamato: “Seppellitemi qui, basta, è davvero troppo bello”). A differenza del giorno prima, la serata è filata via senza ritardi, ed è arrivato il momento così di Jon Hopkins. Con l'artista di casa Domino Records non si scherza e si va sul sicuro: uno show dallo stile inconfondibile, aiutato (finalmente) dagli interventi delle luci, in grado di creare atmosfere uniche e dal grande fascino.

A chiudere la serata (che era ben presto diventata nottata e che poi, senza soluzione di continuità, era diventata mattina) ci ha pensato Danilo Plessow, artista tedesco meglio conosciuto come Motor City Drum Ensemble. La scelta di chiudere con quest'artista, autore di una prova muscolare e cerebrale al contempo, con il soul e il jazz che si andavano a sposare alla perfezione con il “Detroit sound” permette di fare un'ultima riflessione. Fatto salvo l'assoluta importanza, nel panorama non solo italiano ma continentale del C2C, e nonostante qualche lieve (ma importante) pecca nell'organizzazione, Torino, almeno per un paio di giorni, ha vissuto alla Berlino: ovvero un rispetto assoluto per il dato musicale, ospitato da scenari il più delle volte post-industriali (simbolo di tutto ciò il Lingotto) ma anche da importanti palazzi cittadini, come la Reggia di Venaria o il Conservatorio. Anche gli orari, esibizioni dalle 20:00 alle 6:00 di mattina, sono stati orari berlinesi: ed è stato bellissimo “vivere” quei giorni a Torino, poter conversare con artisti, produttori, giornalisti, fotografi ed addetti ai lavori nell’ “Absolut Symposium”, l’AC Hotel (a due passi dal Lingotto), vero e proprio quartier generale dell'intera kermesse. Insomma più che un festival, il Club To Club è ormai diventato una comunità: una comunità destinata a grandi cose. La cosa importante, per quanto concerne gli organizzatori, è continuare ad osare e perseguire ad un rapporto sempre più vivo e vivificante con la città.
Quante stelle nella notte di Torino insomma in questi cinque giorni si son viste!