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C’erano una volta i Radiohead… e ci sono ancora

Dev’essere stato attorno al 1997 o giù di lì, passavo le estati in un casolare di campagna che consentiva solo di stare all’interno, fresco e rilassante, al riparo dal soffocante caldo agostano e dai suoni dei calcinculo delle feste di paese.

Fra i tanti assaggi e le tante iniziazioni alla vita sociale che si fanno ai tempi delle medie c’è anche quella con i gusti musicali, che in quanto riflesso subculturale inizia a prendere forma in quegli anni e di lì a poco imporrà il suo marchio al nostro modo di vestire e di pensare, alle persone che si frequentano, agli amici e alle compagnie… e non è mica un dettaglio da niente. Fu più o meno in quel periodo che mi trovai di fronte a un ragazzo con un occhio mezzo chiuso che dava fuoco ad un auto senza pilota, e quel titolo strano che faceva Karma Police, “for a minute there I lost myself”… mi colpì da subito. Corsi nella metropoli provinciale, Genova, e acquistai immediatamente Ok Computer. Inconsapevolmente, avevo appena comprato uno dei dischi più importanti degli ultimi trent’anni.

Vi chiederete dove voglio arrivare, ebbene, da quel giorno a oggi di tempo ne è passato e in questi giorni, in diretta da un basement buio e ipertecnologico, Thom Yorke e soci ci propongono un ennesimo inedito, “Staircase” . E ascoltarlo porta a riflettere su una parabola che ha attraversato, lasciando un segno, tutto lo spettro della musica contemporanea.

Nati come brit pop band nell’epoca della faida Oasis-Blur, grazie un album seminale e adolescenziale come Pablo Honey, con il singolone da stadio “Creep” prima che fosse violentato da Vasco Rossi, si poteva presagire per i Radiohead una direzione simile alle band di cui sopra. I Nostri però ben presto ci spiazzano, prima di tante volte, bruciando le tappe di una maturazione che arriva subito e incastona la gemma The Bends, tuttora il mio disco preferito dei cinque di Oxford, capolavoro di pop rock anni ’90, ancora ineguagliato per il brillare di canzoni come High and Dry e Fake Plastic Trees, giusto per fare due nomi. Riflettiamo un attimo e prendiamo atto del fatto che senza questo album non esisterebbero i Coldplay, e forse nemmeno i Muse, le due band che, come ho letto una volta da qualche parte, probabilmente sul magazine britannico Q, “sono ciò che i Radiohead non hanno voluto essere”.

Sì perché, terzo album significa terzo cambio di direzione: ecco il già citato Ok Computer, quasi un inno generazionale postmoderno, e poi Kid A, apice e sigillo di una band che rispetto alla generazione degli ora 25-30enni sta a quello che, per i loro padri, hanno significato i Genesis o i Pink Floyd. Tutto questo arriva fino ai nostri giorni, passando attraverso un episodio meno riuscito come Hail To The Thief, e un album venduto su Internet con la modalità “pay what you want” (“In Rainbows”).

Oggi i Radiohead rappresentano l’avanguardia sonora futurista elettronica, distanti da qualunque necessità di mercato, portando avanti la distruzione metodica e geniale di ogni tipo di forma canzone o di struttura. Probabilmente i fasti di un tempo sono irripetibili, e forse è anche giusto così, ma ancora oggi l’innovazione musicale sembra passare prima fra le loro note. Portare questa band nelle scuole, nelle università e nei conservatori porterebbe ad avere meno porcheria musicale in giro, o meglio ancora, ad avere meno gente che in quella porcheria si riconosce. Buon ascolto.