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King Of Limbs – Radiohead

Come un fulmine a ciel sereno arriva a distanza di quattro anni il nuovo lavoro dei Radiohead, il gruppo divenuto ormai “di riferimento” e cult per molti e in grado di spiazzare ancora anche i fan più ortodossi con continui trasformismi e cambiamenti di rotta. Il fulmine in questione si presenta con l’annuncio inaspettato della pubblicazione del nuovo album nel corso della settimana successiva. Che i Radiohead fossero in studio era cosa nota, ma che il loro ultimo parto fosse così imminente? No. Ed eccoci con in mano (beh… nell’hard disk) The King of Limbs, settimo lavoro della band di Oxford, 8 brani che ci buttano dritti nei circuiti di quella macchina elettrica/elettronica tanto attesa.

Ci troviamo di fronte ad una materia composita che sarebbe più facile descrivere con un gergo da chimici che con riferimenti musicali, gli strumenti veri, vengono ormai perfettamente mescolati quelli elettronici, i glitch, i campionamenti; le fratture distorte di Greenwood sono un lontano eco sullo sfondo sonoro e creano atmosfere, fruscii e rumore bianco; viene lasciato grande spazio a quelle chitarre ritmiche che si inerpicano per scale inconsuete a cui siamo tanto affezionati; il basso si intreccia con il suo alter-ego elettronico fino a svanire nei brani più sperimentali e la batteria, sempre più lontana dal drumming di classica concezione rock, si reinventa in percussioni che ricordano le ricerche da laboratorio di Brian Eno con la world music. Ed è proprio questo il primo effetto dell’ascolto di The King of Limbs, quello di un disco nato in laboratorio, perfetto, chimicamente perfetto, sperimentazione asettica e glaciale in mano agli alchimisti Radiohead. Ma allora cos’è quella sensazione dopo il primo ascolto che ci fa premere il tasto repeat immediatamente?

Bloom e Feral ci portano in territori elettronici audaci mescolando pianoforti da musica concreta e loop mentre la voce di Thom ci accompagna malinconica ma serena in questo nuovo viaggio; Morning Mr. Magpie e Little by Little ci riportano in territori alieni già conosciuti in cui veniamo rassicurati da chitarre e strutture più canoniche mentre, sotto il pelo dell’acqua si agitano loop in reverse e degli ottoni ci guardano da lontano. Arriva Lotus Flower, icona scelta dalla band per rappresentare questo nuovo disco, e seduti sul nostro divano cominciamo a battere il tempo con il piede e di lanciarci in quella danza nerd che Yorke ci ha mostrato nel video, dove compare come un moderno Charlie Chaplin in bombetta, quasi una pubblicità di un corso di danza in VHS di moda negli anni ’80 (e l’effetto internet è stato tale da ricordare ai più vecchi di noi il “ballerino” degli 883 Mauro Repetto, vedere qui per credere). Ma ecco partire Codex che ci anticipa gli ultimi tre brani, un brano pianoforte e voce di raro intimismo segnato da una leggera pulsazione elettronica dove la voce si fonde con una tromba e i rumorismi lasciano spazio ad un lirismo inconsueto a cui non eravamo più abituati.

Poco dopo veniamo accompagnati verso Give Up the Ghost da un leggero cinguettio scricchiolante di glitch dove sembra di vedere Thom e soci raccolti in cerchio attorno ad un fuoco a cantare, lasciando gli ammennicoli elettronici a riposare in un angolo. L’elettronica torna con Separator, ultimo brano di questo variegato King of Limbs, un brano che cresce lentamente trainato dalla voce che scivola su un tappeto di percussioni e basso fino ad arrivare a chitarre pulite e limpide che si intrecciano in arpeggi e dilatazioni che sono stati (un tempo) cifra stilistica della band e che è bello sentirli tornare.

Si chiude così questo nuovo lavoro dei Radiohead… Se fosse un episodio di un telefilm lascerebbe presagire un anticipo di quello che verrà, un ritorno al passato rivisitato dalle tante esperienze e sperimentazioni. Anche se forse è solo una sensazione, un desiderio insito dentro ognuno di noi, un volersi aggrappare ai brandelli di melodia che ci regalano ancora mentre ci affascinano con i loro sempre più arditi esperimenti alchemici.