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Blaze – Vandemars

La produzione artistica di Paolo Benvegnu (fresco di nuova uscita con Hermann) mi ha incuriosito e non poco. I Vandemars nascono nel 2005 in Toscana (fra le terre più prolifiche quest’anno) e il loro nome significa letteralmente (come dichiarano) “L’Avanguardia di Marte”, un gioco fonetico di inglese e francese senza alcun significato particolare (anche se Marte simboleggia l’energia, l’edificazione e l’ambizione, tutte caratteristiche che poi ritroviamo nel suono). Per quanto riguarda le sonorità, restando vaghi, potremmo inserirli nell’ampio calderone dell’alternative rock.

La splendida voce della cantante Silvia Serrotti, che sa essere emozionante, intensa, tagliente e aggressiva a seconda del mood del pezzo, si fa strada fra un rock che è influenzato da vari generi: dall’indie rock degli ultimi Skunk Anansie (ma anche il rock più aggressivo di questi), al blues-rock sino ad arrivare ad un allucinogeno post-rock, a echi di folk e alla free music. Quindi Blaze è un disco variegato che ha come linea comune una certo umore scuro, uno stato di tensione che è rappresentato molto bene dal titolo: una vera e propria vampata.

La qualità tecnica degli arrangiamenti non può che portare punti a favore dei Vandemars, che riescono a sorprendere positivamente con tutte e 12 le tracce del disco. I testi non spiccano particolarmente, hanno fondamento molto intimista ma fortunatamente non scadono quasi mai nel banale.

Con l’iniziale My Cage sembra sentire echi di un pezzo di Kills e Baby Blue, ma nel complesso c’entra poco con questi due gruppi: inizio solenne e teso, la voce di Silvia è quasi uno spoken words, e man mano cresce di intensità con i vari strumenti mai invasivi o fuori luogo. La successiva Always The Same non si discosta molto dalla precedente tranne per il fatto di avere tratti più melodici e riff più duri e frequenti: è il pezzo che più ricorda la band di Skin del periodo di Paranoid and Sunburnt (una certa somiglianza con Here I Stand), soprattutto per le modalità d’uso della voce. Stesso discorso per la successiva L.L, che è emotivamente più trascinante (“It wasn’t me this sunny day, under a shady tree, I was looking for a dream, But soon I was lost in a Freaky trick“).

E poi un fulmine a ciel sereno e arriviamo al miglior pezzo dell’album A Circle of Me: un pezzo di free music che spazia dalla fusion e l’improvvisazione (presenti anche sax e piano in questo pezzo) al rock più aggressivo sino al dark folk di inizio pezzo. In questa canzone c’è tutto il talento di questo gruppo.

Naked and pure (e anche One of your dreams), è altro pezzo notevole, che nella parte inziale ammicca al trip-hop (e sembra che Roisin Murphy si sia impossessata della cantante che assume una certa veste sensuale in questa canzone) ma poi si trasforma in un vero e proprio post-rock. La divertente e adrenalinica It’s mine, it’s yours (che alla chitarra acustica vede impegnato Paolo Benvegnu) riprende il filone delle prime tracce, mentre con Tic Tac i Vandermars ci sorprendono ancora con un incipit folk-acustico e successivamente il sound si riempie, si indurisce e si evolve in pieno stile Sleepy Sun (band che sa saggiamente miscelare folk e rock) e si sposa perfettamente con le desolanti parole del testo (“The waves are still waving, The trees are still gorwing, The sun is stills shining, Could I still remain the same?“).

Come out ha una struttura simile ma ha un’atmosfera più eterea. Victim è un’altra perla del disco: un pezzo tutto acustico che vede Silvia duettare con Paolo Benvegnu; i brividi si affacciano col passare dei secondi. Non c’è il tempo di riprendersi che ci si immerge in uno dei pezzi più heavy dell’album ovvero Send it. Il disco si chiude in maniera grandiosa con l’imponenza di Waiting for the drummer che è martellante, riesce a trattenersi per tutto il tempo per finire con un’esplosione che non ti aspetti.

I Vandemars con Blaze possono considerarsi una delle realtà più interessanti di casa nostra e a mio parere non avranno problemi a farsi spazio anche in realtà estere. Considerata la spiccata ecletticità e la bravura nel comporre, le aspettative per gli album futuri crescono. Per adesso segniamo sul taccuino un punto a favore della band Toscana.

Grazie


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