maxresdefault (1)

Hardcore Will Never Die, But You Will – Mogwai

I nostri fantastici 5 scozzesi (dopo 16 anni di onorata carriera) arrivati a pubblicare l’album numero 7, composto da 10 tracce (di cui solo 3 superano i 6 minuti) continuano a farci dare i numeri. Ma facciamo un po’ di ordine…

1. Hardcore Will Never Die, But You Will è uno dei titoli più belli e divertenti degli ultimi anni secondo solo probabilmente a Come On Die Young e seguito a ruota da Happy Song For Happy People. Insomma poche parole (soprattutto cantate) ma efficaci. I Mogwai hanno il dono di incidere con le parole la corteccia cerebrale ancora prima di avere messo il disco nello stereo (How To Be a Werewolf è il caso più eclatante di quest’ultimo disco).

2. Il nuovo lavoro dei Mogwai è un disco pop. Pop per i canoni dei Mogwai (e dei loro fan). Una delle prime impressioni ascoltando l’album è quello di un cambio di rotta verso sonorità più “fruibili” (l’”effetto ornitorinco” di cui sopra) ma non per questo scontate. Non si parla di rivoluzione, nel corso degli ultimi anni ci hanno “abituato lentamente” a questa trasformazione, i semi erano presenti già nei dischi precedenti, ma in Hardcore Will Never Die… il “Mogwai pensiero” viene espresso in modo più organico, esplicitato chiaramente in brani come George Square Thatcher Death Party (il momento più leggero del disco), dove un’immediatezza musicale afferrabile e una melodia vocale “classica” sembrano permeare la stanza e ci fanno capire cosa si nasconde tra le tracce dell’album. E nelle teste da Gremlin dei Nostri.

3. Paul Savage. Per chi non lo conoscesse è l’uomo che con la band ha forgiato il manifesto del post rock seduto dietro ad un mixer nei cui canali passavano gli impulsi elettrici di Young Team, primo album del giovane gruppo di Glasgow. Il codice genetico della band è mescolato con quello di Savage dagli esordi e se qualcuno decidesse di rispolverare quell’album, ascoltando Like Herod potrebbe trovare qua e là in quest’ultimo lavoro frammenti delle origini come in White Noise (brano ad accumulazione di suoni nella migliore tradizione Mogwai) o in To Raging To Cheers dove le costruzioni di veri e propri archi sonori la fanno da padrone. Ma Savage è un architetto del suono e il suo codice genetico mutato (prima di tutto dall’esperienza) mostra già nel secondo brano (Mexican Grand Prix) un cambio di rotta sostanziale: i suoni si fanno più sintetici (la voce c’è ma ovviamente filtrata) e i beat la fanno da padrone come se i Suicide andassero in vacanza in terra Kraut(a).

4. È il disco “meno Mogwai” dei Mogwai/ Sono sempre i Mogwai. Uno a uno palla al centro. Rispetto a lavori precedenti sembra ci sia una struttura più classica e canoninca nelle canzoni. Non si parla di omologazione, i brani procedono fluidi scostandosi da quell’altalenarsi tra dilatazioni liquide ed esplosioni chitarristiche solide ma l’effetto rimane quello di una persona che ti lancia un mattone in faccia (e qui le persone sono 5…). La matrice live della band si fa ancora sentire e l’impronta genetica (fortunatamente) è difficile da diluire. Meno epici forse e accompagnati da un piano che rifinisce l’architettura minimale con quel tocco di raffinatezza essenziale. Come ci mostrano in Letters to the Metro definita da un semplicissimo riff di piano che viene avvolto e mai sovrastato dalle chitarre e nella splendida Death Rays che esplode poi in una distorsione così famigliare da farci ricordare il perché continuiamo a seguire questa band. Raro Pano, San Pedro e How To Be A Werewolf mescolando suoni e strutture più note in chiavi nuove e sono i pezzi che non vedi l’ora di ascoltare live per la potenza che trasmettono.

5. I Mogwai non sono quello che sembrano. L’idea che si ha dei Mogwai è quella che lasciano trasparire dalla loro musica, è la sensazione: “l’attore è molto diverso dal personaggio che interpreta”. La verità è che questi scozzesi sono una band che si diverte a fare e suonare la propria musica e si sente in ogni singola nota che abbiamo ascoltato in questa quindicina d’anni. E se ai tempi di Come On Die Young la maggior parte dei possessori del cd vestivano jeans destrutturati Carhartt con i risvolti, un paio di New Balance e una maglietta (finto) sdrucita questo non deve confonderci e far pensare ad una band fichetta solo perché trendy nei circoli radical.

L’ultimo pezzo ci riporta proprio a quell’epoca, You Are Lionel Richie e ci regala una degna chiusura come a significare: “siamo sempre noi, non vi preoccupate!” E chi si preoccupa? Se tutte le band riuscissero a mantenere il livello qualitativo/artistico dei Mogwai penserei di stare in paradiso.