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Bergman 100 – La vita, i segreti, il genio

Un documentario che omaggia il regista svedese in occasione del centenario della sua nascita.

Pochi giorni fa Bergman 100 – La vita, i segreti, il genio è stato premiato a Siviglia come miglior documentario dell’anno dall’European Film Academy. Questa premiazione può essere considerata il conclusivo omaggio dato al regista svedese in occasione del centenario della sua nascita. Diretto da Jane Magnusson, il documentario era stato presentato all’ultima edizione del Festival di Cannes nella speciale sezione prevista appunto per celebrare Ingmar Bergman, assieme alla versione restaurata de Il settimo sigillo e a un altro documentario sulla sua figura e opera, Searching for Ingmar Bergman, diretto da Margherite von Trotta e Felix Moeller.

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Non è la prima volta che Magnusson si cimenta con l’universo bergmaniano; nel 2013 aveva diretto con Hynek Pallas, il documentario Trespassing Bergman, nel quale i maggiori cineasti contemporanei (Martin Scorsese, Michael Haneke, Woody Allen, Lars von Trier, Isabella Rossellini e molti altri) considerano gli effetti dirompenti che l’opera di Bergman ha avuto sulla loro produzione cinematografica. La scelta di accostarsi a un mostro sacro del cinema come Bergman misurandone l’importanza per un’intera generazione di cineasti è stata adottata anche da M. von Trotta, che ha il merito di aver coinvolto ulteriori registi come Olivier Assayas e Mia Hansen-Løve.

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Per inquadrare al meglio il documentario della Magnusson, è però opportuno parlare brevemente del suo corto animato, bizzarro e irriverente – rilasciato sempre nel 2018 – dal titolo Vox Lipoma, dove personalità e cinema di Bergman sono riletti ironicamente a partire dal lipoma facciale che tanto lo tormentava. Ironia e irriverenza sono difatti gli elementi caratterizzanti Bergman 100. Magnusson scava nel privato del regista con disinvoltura, lasciando percepire una divertita e sottile volontà di demitizzarne l’iconica figura: si parla della strana dieta alimentare di Bergman – fatta di yogurt e biscotti Marie –, della sua somatizzazione di ansia e stress, dei suoi innumerevoli e simultanei amori, dei figli trascurati, delle menzogne sul proprio passato (si veda il blocco imposto all’intervista del fratello Dag, rivelatrice di un Ingmar figlio prediletto), di una forte simpatia giovanile per la Germania nazista, per arrivare infine al Bergman degli ultimi anni di vita, onnipotente nel cinema e teatro svedesi, attorniato dalla solita corte di adulatori, pronto a entrare in feroce conflitto con Thorsten Flinck.

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In questo affondo nel privato, tramite le testimonianze di allievi, aiutanti e attori, Magnusson tuttavia non intende demolire il regista di Uppsala, né tantomeno denunciarne un lato oscuro. La strategia narrativa di focalizzarsi sull’anno 1957 le consente di affiancare a questo lato sconcertante e inedito di Bergman un’analisi acuta della sua inesauribile creatività. Il 1957 fu un anno incredibilmente fecondo per lo svedese: presenta Il settimo sigillo, scrive e realizza in pochi mesi Il posto delle fragole, mette in cantiere la lavorazione di altri film, dirige più opere teatrali, tra cui il Peer Gynt, realizza due radiodrammi. Seguire con attenzione questa entusiasmante annata permette di cogliere appieno il talento di Bergman, la sua estrema facilità di scrittura e di regia, il suo vivere il presente come continuo atto creativo. Per tutto il documentario, Magnusson cercando di smitizzare con schiettezza Bergman, intende in fondo restituirlo e ricondurlo, privato delle trite sovrastrutture critiche, ai suoi intensi primi piani, alla sua penetrante capacità narrativa e soprattutto al suo straordinario cinema, vissuto come tentativo di descrivere il viaggio dell’anima, di comprendere accadimenti e tensioni esistenziali, di aggirare l’intelletto per parlare direttamente e profondamente all’inconscio.