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Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate

Ha aperto i battenti martedì 4 dicembre, presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, la mostra “Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate”. La figura di Bene, a dieci anni dalla sua scomparsa, viene ricordata attraverso le foto di Claudio Abate, uno dei più grandi fotografi in Italia.
“Benedette foto!” è l’esclamazione che pronunciò Carmelo Bene quando venne scagionato grazie alle foto di Claudio Abate, dopo esser stato accusato di oltraggio per lo spettacolo Cristo 63.

Centoventi fotografie circa, scattate tra il 1963 e il 1973 durante il debutto e le prove di dieci tra i primi spettacoli di Carmelo Bene (Cristo 63; Salomè; Faust o Margherita; Pinocchio ’66; il Rosa e il Nero; Nostra Signora dei Turchi; Salvatore Giuliano. Vita di una rosa rossa; Arden of Faversham; Don Chisciotte), oltre alle foto di scena del lungometraggio Salomè.

La mostra procede ordinata cronologicamente e suddivisa per spettacoli, sviluppando un discorso che si può definire esaustivo su chi è stato Carmelo Bene. Attore, regista teatrale e cinematografico, scrittore, Bene ha compiuto una vera e propria rivoluzione nei canoni accademici del teatro del ‘900, giungendo a decostruire le figure dell’attore, autore e regista per farle confluire all’interno di quella che lui stesso battezzerà “macchina attoriale”. Ogni muscolo di Carmelo Bene dà l’impressione di trovarsi in uno stato di coscienza oltre il quale interviene la scelta.

Finalmente uno mostra coraggiosa, viene da dire, per il Palazzo delle Esposizioni di Roma, punto nevralgico del passaggio della cultura nella capitale. A non convincere però subentra qualcosa: non la scelta tematica, che appunto si può considerare audace, quanto la constatazione che – per l’ennesima volta – i luoghi votati al transito dell’arte divengono facili vetrine per un sapere radical chic. Una mostra dovrebbe essere occasione per far comprendere l’arte, per farla metabolizzare alle masse eppure è impossibile concepire uno comprensione reale quando il soggetto in mostra non viene spiegato. Infatti ad essere carente in “Benedette foto!” sono le didascalie che precedono le esposizioni, colpevoli di eccessiva ostentazione di sapere dotto laddove si poteva – se non doveva – preferire la messa a punto di messaggi semplici che giungessero diretti e senza troppe ridondanze ad un pubblico vasto, non necessariamente composto da soli operatori nel sistema culturale. In ciò ravvedo, scusate la franchezza, un atteggiamento poco democratico da parte di chi espone l’arte in Italia. Del resto, è importante ribadirlo ai crani tronfi del sapere: semplificare non vuol dire necessariamente banalizzare ma talvolta è utile artificio per far giungere il messaggio.