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#3 Racconti dalla Berlinale

Bisognava aspettare Undine di Christian Petzold per vedere qualcosa di innovativo e ambizioso nella competizione berlinese. Il regista tedesco torna a lavorare con Paula Beer e Franz Rogowski, protagonisti del suo precedente La donna dello scrittore (2018), stavolta nei ruoli di Undine e Christoph. Undine, guida in un museo berlinese, è appena stata lasciata da Johannes (Jacob Matschenz), quando incontra proprio l’ingegnere subacqueo Christoph. Come poteva non fidanzarsi subito con un uomo dal mestiere legato all’acqua? Le ‘undine’, creature mitiche, abitano infatti laghi e fiumi nelle cui profondità possono attirare gli uomini per farli annegare. La leggenda che aleggia sul nome ‘Undine’ è quindi la vera protagonista di questo film di classe che cambia continuamente registro, passando dalla suspense allo humour con sorprendente facilità e armonia. La mossa ambiziosa ma perfettamente riuscita di Petzhold è stata quella di insistere su un contrasto stimolante e liberamente interpretabile tra le naturali profondità marine perlustrate da Christoph e i resoconti di Undine ai turisti sulla storia architettonica e quindi politica di Berlino.

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Abel Ferrara, nome forte del concorso, propone Siberia, complesso film con protagonista Willem Dafoe, ormai alla sua sesta collaborazione con il regista americano. Dafoe è Clint, un uomo che vive ritirato in un rifugio lontano dal mondo civile, tra i ghiacci della Siberia, impegnato a mescere vodka ai viaggiatori di passaggio. Il suo isolamento, tuttavia, che poteva essere l’occasione di trovare una serenità interiore, è ben presto interrotto dall’incontro con una donna incinta che lo porterà a intraprendere un viaggio nel suo inconscio. Trainato dai cani della sua slitta, Clint parte dalle montagne innevate per attraversare più scenari – caverne, feste, luoghi di tortura, zone desertiche sotto il sole cocente, che si alternano all’insegna di un notevole virtuosismo registico –, lungo un viaggio non più fisico ma mentale. In una sorta di errare psichico tra visioni mostruose, angosce e tormenti, egli si spinge fino a toccare i ricordi più reconditi della sua infanzia. Il film, scritto con l’aiuto dello psichiatra Christ Zois, è stato già troppo frettolosamente stroncato da parte della critica; senza dubbio non è facilmente digeribile e, trattando un soggetto oscuro e intangibile come l’inconscio umano, rivela una complessità che potrebbe disorientare. Attraverso un finale spiazzante, quando un pesce evoca Nietzsche, Ferrara sembra però rispondere preventivamente a questa critica, avvertendoci che in fondo il viaggio di Clint nei meandri dell’inconscio non andava preso così sul serio.

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Effacer l’historique del duo francese Delépine-Kervern è la nota di bizzarro ma intelligente divertimento di questa Berlinale. Marie (Blanche Gardin), Bernard (Denis Podalydès) e Christine (Corinne Masiero) sono tre vicini di casa alle prese, come tutti noi del resto, con una quotidianità sempre più occupata dai minuti passati sulle innumerevoli applicazioni presenti nei nostri telefoni, dalle ore spese a guardare serie tv o a rispondere a scoccianti telefonate di marketing che disturbano nei momenti meno opportuni. Quando questa costante dipendenza da tutto ciò che è tecnologico e connesso con una memoria artificiale diventerà pericolosa per la loro vita sociale e professionale, i tre iniziano una serie di avventurosi viaggi-missioni, da Mauritius fino a un data center californiano, con lo scopo di rimettere in sesto la loro storia di vita ormai dominata dal mondo digitale. Con un’ironia frutto di un lucido e provocatorio approccio analitico, il film affronta le patologie e gli effetti del mondo iperconnesso di oggi, regalando molteplici momenti divertenti e pungenti, anche sul versante della società francese, con qualche allusione ai gilets jaunes e con un imperdibile cameo di Michel Houellebecq.

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Altra coppia alla regia è quella formata dalle svizzere Stéphanie Chuat e Véronique Reymond in gara con Schwesterlein. Il film è la commovente storia di due fratelli gemelli, Lisa e Sven interpretati da Nina Hoss e Lars Eidinger. Lisa, scrittrice di drammi teatrali, abita in Svizzera dove insegna nella scuola musicale privata diretta dal marito (Jens Albinus) al quale fa presente il suo desiderio, sempre più forte, di tornare a Berlino, la sua città nativa. Lì abita la colta e anaffettiva madre (Marthe Keller), ma soprattutto il fratello Sven, famoso attore teatrale ora malato gravemente di leucemia. Tra i due il rapporto è profondo e quasi simbiotico: se Lisa è per Sven la sua “Schwesterlein”, ovvero la “sorellina” nata pochi minuti dopo di lui, Sven per Lisa è invece il fratello da curare e proteggere, soprattutto ora che a causa della malattia devastante sta perdendo tutte le forze e non può più calcare il palcoscenico al quale ha dato tutto. Pur senza particolari sussulti registici, la storia è narrata delicatamente: i dolorosi risvolti provocati dalla malattia di Sven sul matrimonio di Lisa e sul loro stesso rapporto si aprono allo spettatore senza esagerazioni emozionali. A dare spessore al film contribuisce tuttavia soprattutto il cast, con una grande prova di Nina Hoss, attrice che non smette di stupire.

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