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Cronache dal lido #6 – Venezia 77

Nella città portuale israeliana di Haifa, affacciata sul Mar Mediterraneo, in un bar vicino ai binari della ferrovia si incontrano persone di ogni tipo: uomini e donne, etero e gay, ebrei e arabi. Gil, fotografo attivista israeliano, incontra Laila, la direttrice di una galleria contigua al bar dove sono esposte alcune sue foto. Attorno a loro nel corso di una notte si intrecciano le storie di cinque donne, in uno degli ultimi luoghi rimasti in cui palestinesi e israeliani si ritrovano per impegnarsi in relazioni faccia a faccia. “Come possono le arti creare uno spazio in cui le persone riescano ad esprimere le loro diverse identità, cercando modi per una pacifica convivenza? Come può il linguaggio del cinema, accostando frammenti di storie, creare un comune tessuto umano? Ogni società ha bisogno dell’altro: è un aspetto della modernità che supera i confini del Medio Oriente.” Queste le dichiarazioni che il regista israeliano Amos Gitai ha rilasciato per presentare Laila in Haifa, in concorso nella sezione principale di Venezia 77. Delude, purtroppo, constatare come queste intenzioni programmatiche rimangano sulla carta dopo la visione di uno dei film peggiori della kermesse veneziana. Verboso e didascalico nei dialoghi, appannato nella regia, privo di ritmo e intensità, interlocutorio nella sostanza. Quella complessità di sguardo che ha caratterizzato molti grandi film di Gitai in particolare a cavallo tra gli anni 90 e i primi 2000 qui involve in confusione. A partire dal titolo, giocato sulla ambiguità linguistica: Laila in arabo è un nome proprio ma in lingua ebraica significa notte. (Stefano Lorusso)

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Nel Febbraio del 2020 Abel Ferrara è a Berlino insieme a Willem Dafoe per presentare il suo film Siberia. Nasce in questa specifica contingenza, di tempo e di spazio, l’idea di realizzare un documentario “sul processo stesso di fare un documentario”, che racconti senza filtri la ricerca creativa del gruppo di persone coinvolte nella lavorazione di un film. Cinema nel suo farsi, come si diceva una volta o, ancora meglio, cinema che trasuda da una esperienza esistenziale filmata, personale e collettiva. Da tempo stabilmente in Italia, Abel Ferrara torna quindi a filmare il suo microcosmo (la piccola figlia, la giovane moglie, la sua compagnia di giro a partire dall’inseparabile Dafoe, il quartiere di Piazza Vittorio) senza però chiudere gli occhi davanti a quello che sta succedendo, in quegli stessi giorni, in tutto il mondo. L’orizzonte si allarga così al dramma planetario della pandemia, alle menzogne di Trump, a George Floyd, ad una pacificazione che ora più che mai sembra raggiungibile, per il cineasta newyorkese, soltanto attraverso la fede. E’ uno sguardo potente  e reattivo quello che Abel Ferrara infonde in questo suo documentario-summa, che cuce perfettamente frammenti audiovisivi della nostra contemporaneità con pezzi di tutto il suo cinema. Le parole di capolavori come The addiction o di titoli più recenti e controversi della sua produzione come 4:44 o Pasolini  risuonano di nuovi significati, anche alla luce dello sguardo più maturo e, in parte, riconciliato di Abel Ferrara. Abbandonati gli eccessi di un tempo e dopo aver sperimentato ogni possibile forma di dipendenza, Ferrara dichiara con questo film la sua volontà di riprendersi tutto quello che ha perduto e che la pandemia sembra nuovamente mettere a rischio: la serenità della sua famiglia, la possibilità di girare film, il gesto liberatorio di suonare la chitarra in pubblico. Non ci stupisce allora che persino un cattivo ragazzo come lui possa invitarci ad indossare la mascherina citando il Dalai Lama, prima della proiezione del suo film. (Stefano Lorusso)

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Tre anni in una terra di confine tra Iraq, Siria, Kurdistan e Libano: tanto è durato il viaggio di Gianfranco Rosi per il suo Notturno in concorso a Venezia 77. La linea del fronte è lontana eppure si sente spesso l’eco degli spari di una guerra che grava sulla quotidianità e sui volti di chi vive in quei luoghi. Sono le storie silenziose di queste persone a essere raccontate da Rosi, attraverso una regia lucida quanto delicata: lamenti di madri che hanno perduto i propri figli, bambini balbuzienti che raccontano gli orrori visti, pazienti di un ospedale psichiatrico che imparano un copione e mettono in scena un coro tragico di idee politiche, donne con le armi in mano, un cacciatore tra i canneti. Ancora una volta Rosi si distingue per la sua straordinaria capacità di lasciare parlare le immagini, di illuminare la realtà con un intento documentaristico che trascende immediatamente in uno sguardo lirico, in una visione universale. Dopo Sacro GRA del 2013, primo documentario ad essersi aggiudicato il Leone d’oro e dopo Fuocoammare Orso d’oro a Berlino nel 2016, con Notturno, già in uscita in questi giorni, Rosi si candida ad un altro importante premio. (Giulia Angonese)

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