PSI1392654242PS530237a2ac438

Tre atti unici da Anton Čechov – Roberto Rustioni

Nei salotti della provincia russa di fine Ottocento in cui si svolgono le opere teatrali di Anton Čechov ha bussato alla porta, inattesa, la modernità: il Novecento come secolo della fine dell’eroe, del soggetto frammentato e imbelle. La contemporaneità ha fatto udire i suoi primi vagiti al suono delle scuri che abbattono Il giardino dei ciliegi, l’universalità della cui parabola è ancora lungi dall’accusare il peso del suo secolo abbondante d’età. Per questo la scelta di Roberto Rustioni di togliere Čechov «dai samovar e dalle immense case di campagna» per metterlo in scena in una stanzetta spoglia che potrebbe essere quella di tante nostre case è tutt’altro che forzata.

Non impedisce anzi aiuta la ridotta metratura della sala Studio del Teatro Vascello, uno stanzone sotterraneo, lungo e stretto, che accoglie poche decine di spettatori e lascia una buona metà di pavimento agli attori, che attendono il pubblico già in scena. Due uomini e due donne (oltre al regista Rustioni, Roberta Rovelli, Valentina Picello e Antonio Gargiulo, questi ultimi candidati ai Premi Ubu), che allestiscono a tempo di musica le scene elementari, stanno seduti immobili nei lati senza quinta, improvvisamente si alzano per recitare. Tre atti unici, tre vaudeville – cioè storicamente “commedie leggere in cui alla prosa si alternano pezzi musicali ben noti al pubblico” – perfettamente resi e attualizzati dalla regia di Rustioni. Sono Una domanda di matrimonio, L’orso e L’anniversario. Tre situazioni ridotte, messe in scena di personaggi ottusi, che si parlano addosso, non si capiscono, urlano o masticano maledizioni tra sé e sé.

Dal punto di vista registico la scelta è quella di concentrare tutto sulla recitazione, che è naturale nella dizione regionalmente connotata ma anche caricata nei movimenti, nell’espressività dei gesti e delle battute, nelle dinamiche ardue che instaurano i personaggi in scena. L’attualizzazione parla un linguaggio sottile, non urla “siamo nel Duemila” a tutti i venti, aiuta a mettere in luce la luccicante attualità anche dei testi “minori” di Čechov. Testi di cui si recupera la potenzialità comica ben presente all’autore ma poco frequentata dalle regie delle opere maggiori fin dai tempi del Teatro d’Arte moscovita. La scelta di chiudere ogni atto con pezzi musicali, oltre a rispettare i dettami del perduto genere del vaudeville, regala momenti di danza stranita e dalla patina raffinatamente pop di gusto cinematografico, dando a Čechov quasi la grazia di un film di Wes Anderson.