In Flagrante Delicto – Roberto Aldorasi

In flagrante delicto – Roberto Aldorasi

Aprendo un vecchio tomo si scorgono pagine ingiallite, angoli piegati, macchie di unto o odore di muffa, e poi ci sono anche altre pagine, lise, illeggibili, o ancor peggio, strappate, che sembrano portare con sé la condanna all’oblio. Ma talvolta capita che qualcuno, qualcuno di curioso, cominci a ricercare e ricercando recuperi vecchie carte perdute, capitoli smarriti, e all’improvviso riporti alla luce una storia che per chissà quanto tempo era sopravvissuta silenziosa nella polvere spessa dell’ombra.

Ecco allora che al Teatro dell’Orologio le lancette tornano indietro di cinque secoli, per raccontare una storia tardo rinascimentale, celestiale e sulfurea, legata all’anima inquieta di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, madrigalista di fine Cinquecento. Una vita tormentata, schiacciata dalla macina crudele di tradimenti, assassinî, lutti: eventi tremendi che gemono tra le note esasperate di una musica che anela al sacro, ma ogni volta sprofonda impotente nel dolore del profano.

Il regista Roberto Aldorasi recupera la dimensione sotterranea del piccolo teatro romano, offrendo alla drammaturgia (Francesco Niccolini) un’ambientazione cupa e desolata, in cui echeggiano angosciosamente le voci distorte dei morti, i commenti impietosi del volgo, le urla mostruose dei rimorsi: suoni (a cura di Alessandro Grego) che danzano macabri per la sala, rincorrendosi da una parete all’altra, immergendo attivamente lo spettatore nell’aura sinistra delle vicende narrate. E in questo suggestivo oltretomba – crocevia fra le tele di Caravaggio e il sottosuolo de Il terzo uomo di Reed – si muove, ossessionato, il carismatico e irrequieto Marcello Prayer: stretto in un collare cervicale, gorgiera moderna di un uomo schivo che suo malgrado si ritrova protagonista di azioni più grandi e più gravi di lui.

In flagrante delicto è uno spettacolo insolito ma coraggioso, estremamente raffinato, che non teme di rischiare: presentando una storia lontana, datata, sconosciuta ai più, dimostra come il passato – se ascoltato – sia in grado di dischiudere segrete armonie.