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The Waiting Room – Tindersticks

Dura la vita se l'esordio della tua carriera musicale avviene in Inghilterra in coincidenza con l'esplosione di quel fenomeno noto con il nome di “britpop”; ossia quando tutti i riflettori sono puntati sulla rivalità tra Oasis e Blur, con gentile intromissione di Suede, Verve, Pulp e altre decine di band che hanno focalizzato l'attenzione mediatica per un buon decennio sul Regno Unito. Ma i Tindersticks non si sono mai scomposti, e pur non essendo stati mai in linea con il genere dominante, hanno continuato a portare avanti il loro progetto sonoro più volte definito “cinematografico” per via di quella attitudine che li porta a comporre brani che potrebbero finire tranquillamente in una qualsiasi colonna sonora cinematografica o televisiva. D'altronde, abbiamo ancora tutti nella mente quella “Tiny Tears” (1995), finita in una delle scene memorabili dei Sopranos, una delle migliori serie mai realizzate.

E cinematografico è senza dubbio l'aggettivo giusto per descrivere The Waiting Room, ultimo lavoro della band britannica che si apre con un brano – Follow Me – in cui viene ripreso uno di temi principali del film “Gli ammutinati del Bounty” (1962) di Lewis Milestone. Il discorso filmico, però, questa volta non si riduce solo alle sonorità e al citazionismo. Tutte le tracce del disco, infatti, sono state affidate a registi –– tra i quali spicca il nome di Claire Denis –– che hanno prodotto un cortometraggio per ogni singolo brano. Un'operazione che riesce a portare ai massimi livelli la passione per cinema del leader del gruppo, Stuart Staples, e che è fruibile nell'edizione deluxe del disco.

La voce calda di Staples e le melodie eteree sono i consueti ingredienti di una band che con questo album non si discosta molto dalle precedenti produzioni, ma bensì appare più desideroso di perfezionarle. E ci riesce. Questo grazie alla creazione di ambienti sempre più raffinati ed eterogenei, che riescono tuttavia a trovare un punto d’incontro nelle delicate e angoscianti linee sonore che li caratterizzano. Si passa, infatti, dal minimal (Second Chance Man) al jazz/funky (Help Yourself), dal pop (Were We Once Lovers?) a brani strumentali (This Fear of Emptiness) con una disinvoltura tale da riuscire a non intaccare l'ascolto unitario dell'intero lavoro.

Ad accrescere ulteriormente il valore dell'album ci sono le voci femminili di Lhasa De Sela (Hey Lucinda), cantautrice statunitense scomparsa nel 2010 e di Jenny Beth (We Are Dreamers!), cantante delle Savages. Due riusciti duetti che impreziosiscono forse quello che si può considerare il lavoro più riuscito della band britannica.