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Smash up – Venaviola

L’ascolto di questo disco ha fatto sorgere un quesito: qual è l’anello di congiunzione fra Bristol e L’Italia? Fra il trip-hop e la musica italiana? La prima risposta che mi è venuta in mente è: Raiz che canta sulle note di Karmacoma dei Massive Attack. Ma l’artista campano non possiamo definirlo un cultore del genere.

Se si scruta la scena underground italiana viene fuori che da questo punto di vista vi è una grossa lacuna, in quanto non si è mai sviluppato un vero e proprio movimento. Se guardiamo al mondo mainstream italiano, I Subsonica nel primo disco e Meg nel 2004 hanno mostrato interesse verso lo stile bristoliano con buoni risultati, soprattutto per quanto riguarda i musiscisti di Torino.
Se invece facciamo riferimento al sottobosco, la mia memoria ricorda tre nomi: Black Era (anch’essi campani), i Fluydo e Venaviola, gruppo di Benevento arrivato al quarto album.

La band beneventana nasce nel 2005 dall’incontro di Angelo Cusano (Elettro Consumo Indispensabile) ed il bassista Gaetano Vessichelli (Maluenga, Edelweisse e Tenia). Dopo un primo demo “Soundtrack, la terra”, nel 2007 esce il primo Ep “360 muse” che coincide con l’ingresso in formazione della vocalist Michela Antonucci e il chitarrista Carlo Zollo. L’Ep mostra subito l’intento ambizioso della band di ripercorrere la scena elettronica downtempo nata agli inizi degli anni ’90 ispirandosi a gruppi come Portishead, Tricky, Smith and Mighty. Michela e Carlo termineranno l’avventura nei Venaviola nel 2009 sostituti dagli attuali membri ovvero la cantante Veta (con cui registreranno il terzo lavoro “L’ira di Gaia”) e la pianista Anna Salzano.

Nel 2011 arriva “Smash up”, Ep di sei brani dal titolo forte (rappresentato perfettamente dall’artwork) che mette subito in chiaro le intenzioni della band ovvero una maggiore attenzione ai contenuti, oltre che alla forma stilistica che essenzialmente resta le stessa delle origini attualizzandola quel minimalismo elettronico che va tanto di moda e decorarla con un pizzico di pop orchestrale. La vera novità sta nella crossmedialità del concepimento del disco: l’ispirazione è avvenuta grazie alla visione di alcune immagini che verranno riproposte nei live in modo da offrire un’esperienza completa allo spettatore/ascoltatore.
Inizio ombroso nei primi secondi di Black Tide che poi si scioglie in un classico downtempo per poi cambiare di nuovo ritmo ed essere “drammaticamente spogliato”; il tutto è perfettamente in sintonia con il mood malinconico del testo che ricorda la catastrofe ambientale del golfo del Messico: un brano che rimanda molto agli Egoless privi della componente reggae.

Una viola elegante e tagliente allo stesso tempo e le percussioni dal tocco sottile ma incessanti (quasi in stile dubstep) in Don’t trust him, brano molto evocativo rispetto alle parole del testo che vanno a disegnare questo scenario desolante della deforestazione. Molto più inquietante ed ad effetto è lo spoken word (accompagnato da una base musicale un po troppo “lineare”) che caratterizza Poison, che riprende un altro tema ambientale a noi vicino ovvero quello dello smaltimento dei rifiuti.

An awful creation riprende le sonorità del pezzo che apre l’album, mentre la successiva Love is not your best weapon si rivela la migliore composizione del lotto dove il trip-hop e le pulsazioni elettroniche impercettibili si fondono meglio e vengono accompagnate perfettamente da tocchi di pianoforte decadente e dalla migliore perfromance vocale di Veta. Il disco si conclude con Sand Castles, pezzo che mi ha fatto venire in mente Silence dei Portishead.

L’album ha sicuramente un buon impianto strutturale e risulta di una discreta qualità: forse è troppo derivativo nel suono e una sorta di originalità (e per questo la band va elogiata) la troviamo nei testi che affrontano ( in maniera convincente e con uno stile quasi poetico) argomenti relativi a problemi di carattere ambientale e sociale, tematiche che solitamente nel nostro Paese sono licenza esclusiva dei cantautori.