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Seconda primavera – Francesco Calogero

Alla ricerca di qualcuno che compri la sua villa in riva al mare, l’architetto cinquantenne Andrea (Claudio Botosso) conosce l’anestesista Rosanna (Anita Kravos), quasi quarantenne, e sposata con Riccardo (Angelo Campolo), che è una decina d’anni più giovane di lei, e fa il commesso in un negozio di scarpe ma coltiva ambizioni letterarie. Tutto cambia quando, dopo una festa di fine anno, Andrea fa conoscere a Riccardo la studentessa Hikma (Desiree Noferini). Il passato di Andrea ritorna, tra il giardino di ninfe della villa e la presenza della giovane tunisina.

È la villa il centro del racconto di Seconda primavera, con il passato che riemerge con veemenza, nei luoghi del giardino, prima spoglio e mal curato dopo un periodo d’abbandono, poi rigoglioso e florido finché le cose vanno bene per i suoi occupanti, fino a diventare incolto e ostile nel momento della crisi. Nell’arco di sei stagioni si incrociano le vite dei personaggi, in un film corale, suddiviso in capitoli che ne seguono l’avvicendarsi. Quattro i protagonisti e quattro le storie raccontate, ognuna da un differente punto di vista: il racconto prende inizio dal primo inverno, per arrivare alla “seconda primavera” del titolo, che allude alla rinascita di Andrea.

La divisione in capitoli mette in risalto come la vita naturalmente cambi col passare degli anni, ma anche come possa cambiare il nostro “io”, soggetto al gioco del fato. Tutti i personaggi sono in qualche modo allegorici, trasmettendo i vari “umori”, collegati alle stagioni della vita: Hikma, giovinezza, Riccardo rancore, Rosanna malinconia e Andrea riposo del desiderio.

Siamo in un ottica di film indipendente d’autore, autoprodotto, che raggiunge un risultato elegante sul tema dell’amore perduto. I toni non risultano mai esasperati, e questo può essere un limite nel senso che l’impressione che si ha è di un film piatto e privo di sussulti, che non ci sono ma dovrebbero esserci visti gli accadimenti vari, in cui le stagioni riescono a collegarsi ai personaggi, ma con fatica. Una storia delicata, e come detto piena di allegorie e che dimostra però come l’autorialità di un progetto corre il rischio di rendere il tutto abbastanza stucchevole, senza pathos, in ciò non aiutato dalla capacità degli attori, in cui l’unica a salvarsi è Anita Kravos. Ma ciò che viene comunque fuori è l’elogio della gentilezza, soprattutto nei tratti del protagonista Andrea, sin dalla prima inquadratura, uomo mite, molto controllato, che sublima i propri sentimenti e teorizza sulla gioia.


Grazie


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