Soviet-soviet

Paper Street intervista Soviet Soviet

Già a partire dal soundcheck, uno può farsi un’’idea abbastanza chiara di che cosa siano i Soviet Soviet: ovvero una strana creatura affamata di riverberi, di ritmi taglienti e di una sana e godereccia voglia di mettere a soqquadro il palco. “Mi alzi un pelino il basso?” chiede Andrea Giometti nonostante un volume che, almeno qui a SpazioMusica Pavia, raramente si è sentito. Ma tant’’è: i ragazzi di Pesaro non hanno paura di spingere al massimo dentro ai loro amply il loro misto di attitudine punk, sonorità new-wave e rimandi, ma innovando, della scena shoegaze. Per questa intervista li raggiungiamo subito dopo aver fatto i suoni. Inizialmente a risponderci sono Alessandro Costantini, il chitarrista e il batterista Alessandro Ferri. Poco dopo si unirà anche il bassista Andrea.

Come prima cosa: com’è che siete finiti a suonare in Colombia e Perù, almeno stante la vostra pagina Facebook?

In realtà è la seconda volta che andiamo a suonare in Sudamerica. Era già successo nel 2013, quando siamo andati a suonare in Messico, un’’esperienza fantastica veramente. Queste date sono uscite fuori naturalmente, ci hanno contattato delle agenzie e abbiamo rapidamente organizzato una serie di concerti per il prossimo giugno in Colombia, Bolivia e Perù. Siamo stati da sempre, proprio fin da subito, una band con la valigia in mano e continuiamo a esserlo”.
(Per capire quanto siano attesi i Soviet Soviet, ad esempio, in Colombia ecco un articolo che, per chi comprende lo spagnolo a livello basico, conferma la grande, grandissima attesa dei sudamericani nei confronti dei pesaresi, ndr).

Si parla molto, tra gli addetti ai lavori e non, di italogaze e di “scena shoegaze” a livello italiano. Cosa ne pensate?

Sì, questa è una cosa vera. C’’è in effetti una rinascita con gruppi che, seppur nelle varie modalità in cui propongono, fanno musica riconducibile a quel genere, anzi a quell’’immaginario. Come Soviet Soviet, ma anche come ascoltatori di musica in generale, troviamo sempre un po’’ riduttivo le definizioni, soprattutto quando vengono applicate in maniera rigida. Siamo sempre molto interessati ad ascoltare nuova musica e andare in giro per il mondo a portare la nostra musica ci permette di scoprirne dell’’altra. È un momento creativo importantissimo perché questo continuo scambio ci arricchisce e ci fornisce spunti per nuovi canzoni, nuovi riff e nuovi suoni. Le influenze sono la base per un musicista.

Molto curioso, sia dal punto di visto per così dire filosofico che proprio a livello di titolo, una canzone del vostro primo album, “Nice”, ovvero “First Man, then Machine”. Qual è il retroscena dietro a questa canzone e a questo titolo?

(A risponderci è il chitarrista Alessandro, ndr)
Dunque il retroscena…beh tutto ruota attorno a una mail. Nel senso che un bel giorno ho ricevuto una mail da un architetto esattamente intitolata così. Ancora oggi mi chiedo il perché di questo tuttavia il titolo mi ha colpito ed allora l’’ho voluto applicare alla nostra canzone. Anche per un altro nostro pezzo – s’inserisce il batterista Alessandro – le cose sono andate così. “Royal Casino” è ad esempio uno spam su una lotteria o qualche gioco di poker online. Ecco noi traiamo ispirazione dallo spam dell’’internet si potrebbe dire.

Su molti siti e riviste specializzate si leggono su di voi numerose recensioni dove si ribadisce il concetto che facciate musica molto oscura, abbastanza cupa: se si dovesse usare un aggettivo meteorologico si potrebbe usare “piovoso”. Vi ci ritrovate? Perché l’’impressione è che ci sia anche altro in voi, uno spirito danzereccio e anche solare, fatto di bassi profondi, di riff quasi su cui ci si può ballare sopra…

Leggiamo anche noi spesso definizioni di questo tipo. A dire la verità non ci ritroviamo troppo nel senso che, sì certo, c’’è una componente dark nella musica che facciamo ma se uno va ad ascoltare bene i nostri pezzi ci sente anche tanto altro. Spesso e volentieri i giornalisti, specialmente quelli italiani, dato che abbiamo più esperienza con loro, non sono molto creativi. Nel senso: qualche giornalista scrive su di noi e magari dice che facciamo musica gothic-wave. Bene quella definizione ci rimarrà appiccicata addosso per almeno altri venti/trenta articoli perché magari gli altri addetti ai lavori leggono quel pezzo, per fare prima, ascoltano un po’ distrattamente l’’album e allora servono questa minestra riscaldata.

Collegandoci alla domanda iniziale, voi siete praticamente dall’’inizio una band con un respiro, usando una parola un po’’ d’antan, un afflato internazionale giusto?

(Intanto si unisce anche il bassista Andrea Giometti, ndr)
Sì, è esatto. Basti pensare che la nostra prima data in assoluto l’’abbiamo fatta a Nizza, in Francia. È stata una data fondante per noi tanto che abbiamo intitolato un nostro album proprio così ed è per questo che “Nice” si deve leggere alla francese e non all’’inglese. Beh abbiamo avuto un contatto tramite Myspace ma senza numero di telefono né precise indicazioni. Siamo partiti da Pesaro in macchina una fredda mattina di gennaio e dopo sei ore di viaggio ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti “«E se fosse tutta una fregatura? Ma chi ce lo fa fare di andare fino là?»”. Poi abbiamo superato queste paure ed è venuta fuori una data grandiosa, dove siamo stati ospitati tra l’’altro in una spettacolare villa sul mare. Quindi la prima data in assoluto l’’abbiamo fatta all’estero e poi dopo è venuta l’’Austria, l’’Est Europa con Russia ed Ucraina in testa e poi il Sudamerica.

A livello di pubblico e di organizzazione come è suonare all’’estero?

L’’organizzazione è spesso e volentieri ottimale, come ci è capitato in Messico dove, contattati da un’’agenzia locale composta da giovani, abbiamo goduto di una specie di vacanza in musica bellissima. Ma anche in Russia ed in Ucraina abbiamo trovato grande organizzazione e un interesse diffuso. Così in Thailandia e in Asia. Insomma evidentemente ormai la musica shoegaze è davvero un affare globale con degli standard medi-alti propri.

Prendendo spunto dall’’ultima canzone di “Nice”: avete mai suonato in Bulgaria?

Sì ed è andata alla grande. Abbiamo suonato a Sofia in un bellissimo teatro dove, il tecnico di sala, ci ha lanciato una specie di piovra di cavi, che sarebbero bastati per amplificare tutta la London Philharmonic Orchestra. Dal canto nostro abbiamo collegato i cavi che ci servivano e abbiamo fatto il concerto praticamente attorniati da un cracken raggomitolato sul palco, un’’esperienza strana ma divertente.

A questo punto il tempo delle chiacchiere è finito e il concerto inizia. Per questa “Alabaster Night” come band di apertura ci sono gli Hidden Hind da Brescia, un gruppo di giovanissimi shoegazer che sta già facendo molto parlare di sé. Cinque musicisti sul palco, con due chitarristi, Gabriele Lussignoli e Davide Rosa, al basso Alberto Ronca, batteria Gianluca Raia e Alessandra Testoni come cantante che suonano uno shoegaze virato verso tinte dream-pop di grande effetto. Stupisce vedere il gruppo un attimo prima impegnato in una partita senza esclusioni di colpi a calcio balilla e così rassomigliante ad un gruppo di ragazzi in gita scolastica e poi, una volta saliti sul palco, esibirsi in un set di grande impatto, come professionisti navigati. Alessandra ha una voce davvero interessante che s’inserisce perfettamente nelle linee di chitarra di Gabriele e Davide, coadiuvati dal preciso basso di Alberto e dalla batteria di Gianluca. “Picture Show” è già un piccolo inno per tutti gli shoegazer di provincia.

Ed ecco giungere finalmente il momento dei Soviet Soviet. Set minimale, chitarra, basso e batteria ma una possanza di suono paragonabile a quella di una big band funky. Il basso di Andrea Giometti è “profondo come una tomba” e fende l’’aria dello SpazioMusica donando a tutti gli spettatori una specie di muro del suono di grande impatto. A livello proprio tattile si sentono le onde sonore infrangersi sul proprio viso ed è una sensazione bellissima. Le canzoni, quasi tutte tiratissime e arcuate come una corda di violino, scivolano via guizzanti e veloci quasi in una sorta di “flusso di coscienza sonico” che rende l’’intero concerto un’’interrotta parata di riverberi ed echi. C’’è spazio anche per una nuova canzone, che troverà posto nell’’album di prossima uscita dei pesaresi (dopo l’’estate). I Soviet Soviet hanno confermato anche a Pavia, una volta di più, il loro status di band internazionale, fieri alfieri dell’’italogaze in giro per il mondo. La prossima volta che li incrociate in qualche aeroporto in giro per l’’Europa mettetevi una mano sul cuore: loro sono i nostri ambasciatori.