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Paper Street intervista La Macchina di von Neumann

Prosegue il ciclo di interviste sugli artisti che più ci hanno colpito durante l'ultima rassegna del Pending Lips Festival. A questo giro tocca ai La Macchina di von Neumann, interessantissima band dal cuore punk, tutta cassa e batteria e con un'attenzione per i suoni rara al giorno d'oggi. Qui di seguito la nostra intervista in esclusiva.

Carlito Porno Trio, Brain Distillers Corporation, Fitzcataldo (già Fitzcataldo & The Trivettes, hanno cambiato nome in Fitzcataldo, ndr), L’Era del Bantha, Maledetta Dopamina e voi: ma quindi si può parlare di vera e propria scena brianzola? E se si si che diamine di scena è mai?

Aggiungiamoci anche Mexican Chili Funeral Party e La Sindrome della Morte Improvvisa, oltre a Divers On The Moon e Lago Vostok che purtroppo si sono sciolti da poco. Molti dei gruppi di cui stiamo parlando, inclusi noi, sono nati negli ultimi due-tre anni e hanno radici comuni per quanto riguarda il genere, nella maggior parte dei casi. Nonostante queste affinità, c'è molta varietà a livello di scrittura, di suoni, di idee; se esiste, la “scena brianzola” non è di certo fondata su un genere musicale specifico. Per fortuna, altrimenti ci annoieremmo se suonassimo tutti le stesse cose…

Ascoltando i vostri pezzi non si può non notare una cosa: l'estrema cura nei suoni che vanno da un rullante di batteria che è finalmente un vero e proprio rullante di batteria ai riverberi delle chitarre. È un aspetto che, nonostante la vostra vena punk, curate particolarmente?

Ci piace scherzare sul fatto che siamo “punk di lusso”, nel senso che di punk effettivamente abbiamo ben poco, sia nei suoni che nello “spirito”. Abbiamo una cura particolare per i suoni dei nostri strumenti; spesso ci troviamo a compiere delle scelte sonore in base a quanti pedalini accendere e quanti spegnere tra una parte e la successiva, ad esempio, in modo che i suoni siano pressoché identici tra live e registrazioni. Non è da sottovalutare il fatto che siamo (quasi) del tutto autonomi nella gestione delle registrazioni e dei mix, quindi ci concediamo il tempo necessario a compiere scelte sensate.

Spesso avete toni tra il polemico e l'ironico nei confronti del, cosiddetto, showbiz musicale italico, almeno di certa musica del nostro Paese. Cosa c'è che non va?

Anzitutto fa piacere che qualcuno colga il nostro sarcasmo, sappiamo di essere piuttosto ermetici e non sempre certi messaggi inseriti in “Buona Musica!”, il nostro ultimo EP, sono stati compresi. Il punto è che nell'ambiente musicale italiano l'arrivismo e le conoscenze sono spesso più importanti dell'impegno e del talento, per cui ci sono band che riescono ad avere accessi preferenziali a circoli, locali ed agenzie varie pur senza avere nulla di interessante da proporre. Il risultato è che molte band valide e talentuose che non hanno agganci vedono sfumare delle opportunità in favore di gruppi oggettivamente insipidi. Questo capita non solo ad alti livelli, ma anche a realtà molto piccole, al nostro livello. Ovviamente, le band che accedono a certe realtà grazie al talento e al lavoro si meritano i propri risultati.

Ho letto su di voi una recensione, molto interessante, che vi definisce “musicomani”: vi ci ritrovate in una simile categoria, diciamo così?

Per risponderti onestamente, siamo dei cultori di Sabrina Salerno e Lorella Cuccarini, ma non disdegniamo le colonne sonore d'autore tipo le composizioni di Cristina d'Avena.
Quindi, sì dai, siamo dei musicomani.

Conoscevate il Pending Lips prima di parteciparvi e se sì perché avete deciso di iscrivervi?

Abbiamo conosciuto il Pending Lips lo scorso anno, avevamo cercato di iscriverci ma non eravamo stati selezionati. Quest'anno abbiamo voluto riprovarci ed è stata un'esperienza positiva, poiché abbiamo avuto l'opportunità di uscire dal “giro” di locali nei quali abbiamo suonato in questo anno e mezzo per misurarci con una realtà nuova, con persone che non conoscevano la nostra musica. Il nostro obiettivo non era tanto la vittoria finale – che sapevamo sarebbe stata difficile da raggiungere, dato che siamo una band strumentale – quanto farci conoscere, allargare i nostri contatti, iniziare qualche collaborazione per il futuro. Obiettivi raggiunti.

Nel 2015 siete usciti con un EP, “Tale Edro Shin Tone (i remix)”, dove le vostre sonorità hanno incontrato suoni più elettronici e digitali. Una naturale evoluzione per una band che prende il nome dal buon János Lajos Neumann, uno tra i più grandi scopritori del’l’informatica nel secolo scorso?

L'EP “Tale Edro Shin Tone” è stato poco più che un esperimento, ci piaceva l'idea di proporre qualcosa di diverso dalla nostra musica abituale. Non ci poniamo limiti in termini di genere: ci piace sperimentare, pur mantenendo le nostre sonorità, anche in ambiti decisamente diversi dal post-rock/noise con il quale siamo solitamente identificati. Proprio in questo periodo stiamo lavorando a pezzi nuovi che vanno in questa direzione. Magari un domani potrebbe arrivare uno split con David Guetta o con Tiziano Ferro, chi lo sa.

E avete intenzione di ritornare su questo lidi più sintetici?

È un argomento delicato di cui parliamo spesso. Molte band strumentali fanno un percorso di questo tipo, di solito dopo diversi anni dalla loro fondazione. Al momento escludiamo di aggiungere elettronica nei nostri pezzi, sia per limitazioni tecniche (più strumenti da gestire sul palco, quindi necessità tecniche diverse, quindi minor indipendenza per noi) che per ragioni artistiche. Non è una chiusura a priori: semplicemente sentiamo di non essere ancora pronti ad utilizzare l'elettronica in maniera sensata e non banale, oltre al fatto che crediamo di avere ancora qualcosa da dire con i nostri strumenti abituali.