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Ninth – Peter Murphy

Nel lontano 1983 i Bauhaus (che in quell’anno erano arrivati a pubblicare il loro quarto album, tutti di ottima fattura, e in particolare il loro debutto con In the Flat Field), protagonisti della scena post-punk dei primi anni ’80, si scioglievano e Peter Murphy avviava la sua prolifica e dignitosa (anche se non minimamente paragonabile a ciò che ha fatto con i Bauhaus) carriera da solista; prima in combutta con Mick Karn dei Japan per l’album The Waking Hour (1984) e poi in solitaria con vari album sino ad arrivare al nuovo lavoro uscito quest’anno intitolato Ninth.

Nel mezzo un paio di reunion con i Bauhaus e un album di inediti disastroso nel 2008, Go Away White. Per questo motivo e i sette anni passati dalla sua ottava creatura da solista, l’approccio al disco è stato privo di aspettative per evitare amare delusioni come quella affrontata per il disco reunion del suo vecchio gruppo. Ninth, col suo nome semplice, si rivela invece un gran bell’album che riesce a conciliare bene le varie anime del cantante britannico e fa dimenticare le ferite di Go Away White, a dimostrazione che può dare ancor un contributo importante al mondo della musica. E senza ombra di dubbio si può affermare che questo disco è sicuramente il miglior lavoro da solista che ha prodotto Murphy (fra quelli che ho ascoltato io ovvero Unshattered e Holy Smoke, di dubbia qualità, e i più convincenti Cascade e Dust).

La copertina dell’album ci dà una sorta di assaggio su quello che sarà il disco: la convivenza fra le varie anime di Murphy senza voler per forza imporre una determinata strada ma cercando di unire le varie sfaccettature di tutte le esperienze accumulate durante la sua intera carriera (o almeno così ho tradotto il significato delle mani posizionate in quel modo). Per questo troverete un art-rock meno pomposo e calibrato con incursioni delle sonorità goth-dark-wave dei Bahaus, la presenza di riff hard rock e di un semplice, ma ben orchetrato, pop-rock; senza dimenticarsi della magnifica e profonda voce che fa sempre un bell’effeto per quanto riguarda l’aspetto puramente emotivo

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La canzone che apre il disco Velocity Bird è un classico pezzo rock: chitarre molto muscolari e heavy e la voce di Peter scalpitante che rimanda ai migliori Iggy Pop e Bowie per modo di cantare. In See Saw Sway vi sono primi echi wave ma con un approccio più melodico. Di tutt’altro mood Peace to Each (fra i migliori dell’album): molto più dura, tesa con atmosfere che vacillano fra lo stoner e il doom e con la voce che si fa più carica e a tratti macabra. I Spit Roses è la dimostrazione di come Murphy si sia evoluto anche nel costruire canzoni più leggere senza scadere nella più grave delle colpe ovvero la banalità. Si rallenta piacevolmente il ritmo con Never fall out, splendida e triste ballata orchestrale che fa emergere le capacità cantautoriali dell’artista.

Giro di boa con il pezzo migliore dell’album Memory go che è l’essenza di tutto quello detto finora: ritmo alto che varia spesso, incalzante, danzereccia (in pieno stile synth-rock anni ’80), raffinata e trascinante allo stesso tempo (e con un intermezzo dark-psicheldelico). Ritrovo le stesse sensazioni per la successiva The Prince and the Lady Shad, ma con impatto più leggero e un arrangiamento più lineare. Le contaminazioni doom tornano prepotentemente con la successiva Uneven & Brittle, anche se dopo due strofe dove la tensione resta alta e Murphy si trattiene, alla fine il pezzo si scioglie in un elegante pop-rock che fa da accompagnamento alla misurata esplosione vocale.

Slowdown è un altro pezzo da annoverare fra i migliori, soprattutto per il cantato che si fa intenso e doloroso e nonostante l’arrangiamento che ricorda molto i pezzi già sentiti precedentemente. E se qui i malfidati potevano avvertire i primi segni di stanchezza, l’ex leader dei Bauhaus ci sorprende con un pezzo solenne, oscuro e tagliente: Secret Silk Society sviluppa il filone drone e gotico con uno stile apocalittico. Sarebbe stata una perfetta canzone di chiusura: invece ci pensa Creme de la Creme, una ballata che riprende le corde di Never fall out, ma con un tocco drammatico maggiormente accentuato.

Non so cosa sia successo nella vita di Murphy, ma qualcosa è cambiato e gli ha fatto fare quel salto di qualità che nella sua lunga carriera da solista non era mai avvenuto. Ora c’è solo da sperare che non sia un solo un episodio, ma il primo di una serie…
Voto: 7,5/10