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La finale di Sotto il Cielo di Fred 2016

Ci sono concorsi musicali in cui tutto è già scritto: si piazzano lì qualche nome che possa attirare il pubblico, si invita un ospite o una serie di special-guest conosciute (magari colte un attimo prima che la loro carriera prenda, inesorabilmente, una parabola discendente) e poi si proclama un vincitore già deciso in partenza a bocce ferme. E poi c’’è Sotto il cielo di Fred, il Premio Buscaglione, organizzato a Torino e giunto alla sua quarta edizione.

Un festival vero, autentico, in cui ci si sfida per la posta in palio, 3.000 euro più la partecipazione a cinque festival in giro per l’’Italia ed anche e soprattutto ci si mette alla prova. Tutto questo ha trovato il suo ideale e reale suggello, si sarebbe detto una volta, sabato 5 marzo, all’’Hiroshima Mon Amour, ovvero il giorno della finale.

Dopo un’’edizione con un numero di iscritti mai visto prima, sono arrivati alla fase conclusiva, superando una doppia semifinale agguerritissima, quattro artisti/band, una più diversa dell’’altra. I Blindur, duo folk-blues proveniente dalla Campania, un banjo, una chitarra, una grancassa e una voce cristallina per dei testi immediati eppure ricolmi di significati e di tenerezza. Matteo Fiorino, il cantautore-marinaio di La Spezia, che con le sue ballate stralunate ha conquistato pubblico e critica. Da Lecce quindi i La MUNICIPàL, gruppo formato dai fratelli Tundo capace di mescolare un suono contemporanea alla più pura canzone italiana. Infine gli Albedo, shoegazers e appassionati di dream-pop da Milano.

Come vedete una lin-up eterogenea e variegata che infatti ha richiamato un pubblico numeroso all’’Hiroshima, ricolmo in ogni ordine di posto, anfratto o pertugio possibile. Causa di questo anche gli ospiti che, se nelle due semifinali sono stati gli Eugenio di Via di Gioia, già vincitori del Premio Buscaglione e IOSONOUNCANE, sabato è toccato invece a Dente, sempre molto amato dal pubblico torinese.

Ogni band aveva a disposizione tre pezzi, due originali ed una cover di Buscaglione per convincere i giurati (presi dalle principali fanzine e blog di musica italiani) ad eleggerli vincitori. Per quanto riguarda l’’esibizione, il live insomma, c’’è stata poca storia. I Blindur, primi a salire sul palco, hanno letteralmente rubato la scena a tutti gli altri. Perché va bene i djset, la musica digitale, i visuals e gli art-director che ci dicono che il rock&roll è morto e sepolto, ma quando si hanno di fronte due ragazzi genuini ed autentici, che imbracciano strumenti fisici, anzi materici citando De Chirico e che urlano nei microfoni tutto ciò che hanno dentro, ti ritrovi quasi automaticamente a battere le mani seguendo la cassa in 4/4.

In più si aggiungano le incredibili doti di Massimo Da Vita, abilissimo non soltanto alla chitarra ma anche nell’’intrattenere il pubblico, rubando quasi il “mestiere” di presentatore a quell’’animale da palcoscenico che è Ufo degli Zen Circus. Molto bene anche Matteo Fiorino che, a suo modo, ha magnetizzato l’’attenzione e ha realizzato una cover riuscitissima di Una sigaretta (con tanto di “boccata di nicotina” per lui che non fuma, esigenze di palcoscenico). Meno convincenti, soprattutto a livello tecnico, le due altre esibizioni, dei La MUNICIPàL e degli Albedo, forse questi ’ultimi un po’’ penalizzati per non essere riusciti ad esprimere le sonorità ampie ed aeree che li contraddistinguono.

Così, dopo il mini-concerto di Dente per “chitarra, acqua e whiskey” con una Canzone di non amore cantata praticamente come un mantra da tutto il locale, i Blindur sono stati proclamati vincitori dalla giuria tecnica. Ma anche gli altri gruppi hanno ricevuto dei riconoscimenti: il Premio Mei è andato a La Municipal, Premio King Kong Rai a Matteo Fiorino, e gli Albedo hanno strappato l’’ambito Premio della Critica (dieci festival + 1500 €) ed infine i Blindur hanno fatto doppietta portandosi a casa il Premio La Tempesta Dischi, entrando nell’’omonima compilation.

Quando le prime note di Avanzi di Balera la serate disco più coinvolgente del nostro Paese, hanno cominciato a risuonare all’’Hiroshima Mon Amour, tutto sembrava al posto giusto: un grande festival, per un grande concerto, per una grande città. E a Torino, Sotto il Cielo di Fred, con la luna piena e la neve per terra, tutto era al posto giusto senza bisogno di essere Thom Yorke.