Foto ©Inteatro-AlessandroCecchi

Job – 7-8 Chili

“L’etica del lavoro è sostanzialmente un rifiuto alla libertà”. Questa frase di Zygmunt Bauman, di questi tempi suona quasi come un’offesa, soprattutto per le nuove generazioni per cui il lavoro assomiglia sempre di più a una lontanissima chimera. E se la sera dopo la manifestazione dei sindacati, che ha fatto scendere in piazza quarantamila persone, la troviamo proiettata su uno schermo della sala Gassman del Teatro dell’Orologio di Roma, ci sembra ancora più strana. Perché per noi oggi il lavoro rappresenta la libertà, il motore che forma la nostra indipendenza e la nostra identità.

Il collettivo 7-8 chili diretto da Davide Calvaresi rovescia il nostro punto di vista e con Job ci riporta alle origini del lavoro. Potremmo definire questo spettacolo come una perfomance/installazione, ritratto di un uomo del terzo millennio costretto dalla schiavitù economica del capitalismo a fare del lavoro la sua unica ragione di vita.

Lo stile del collettivo passa vicino al teatro: alla recitazione e al corpo vivo degli attori, infatti, preferisce lo schermo dei video. Veri protagonisti dello spettacolo sono due portatili e un proiettore. Gli occhi dei pc e quello indiscreto di una web cam compongono, così, le azione drammaturgiche, asettiche ma efficaci; coinvolgenti effetti visivi, effimeri quanto la durata di un click, danno poi alla messa in scena una caratterizzazione giocosa che diverte il pubblico. Immagini e recitazione, dunque, si fondono e danno vita a un ibrido robotico che ci fa vedere attraverso l’occhio di una web cam la storia della quotidianità dei primi operai, fino all’alienazione del lavoro e alla sua affermazione come mezzo per costruire l’io di un uomo e una donna contemporanei stuprati dal bombardamento informatico.

Di video a teatro, negli ultimi anni, se ne vede molto, se usato come collante drammaturgico tra la narrazione e la recitazione, tuttavia, può diventare un ottimo alleato di attori e regia. La vera innovazione del collettivo 7-8 chili è proprio quella di partire dalle immagini per costruire l’impianto drammaturgico dello spettacolo, cui vengono poi aggiunte molte altre identità creative, come la musica, la recitazione e la scenografia minimalista. Si potrebbe, pertanto, definire Job una performance dal retrogusto post-moderno, ma per fortuna lo spettacolo scavalca questa asettica definizione e si proietta verso un genere teatrale nuovo, nutrito dalle nuove tecnologie e da nuovi artisti, creativi dell’era 2.0.

Ascolto consigliato

Sala Gassman, Teatro dell’Orologio, Roma – 12 dicembre 2014

In apertura: Foto ©Inteatro-AlessandroCecchi