J.H. Füssli Incubo (1781), Detroit Institute of Arts, USA – wartburg.eduimage Licensed under Public Domain via Commons

L’incubo e la perversione del desiderio

A proposito dell'Hypnagogia di Firpo

Quando vogliamo qualcosa, creiamo un’immagine nella nostra mente: il desiderio. Più questo rimane astratto – irrealizzato – più diventa indipendente, tanto dalla realtà quanto dalla nostra volontà; cosicché non appena abbassiamo le difese prende a ossessionarci. L’incubo, infatti, non è altro che la realizzazione concreta – cioè senza ideologie – di quello stesso desiderio. Nessuno, ad esempio, vuole essere davvero ricco e famoso, ciò che tutti desiderano è semplicemente di non essere né poveri né insignificanti: ricchezza e fama, realizzate, sarebbero solo una masturbazione che non dà alcun piacere. Un incubo, per l’appunto.

Ma l’enorme scarto tra desiderio e piacere non è sempre così chiaro. A ben guardare è proprio con questo escamotage che per secoli, e ancora oggi, i missionari religiosi hanno beffato gli uomini di mezzo mondo: promettendo loro un aldilà di eterna abbondanza e felicità, quando invece era deprecabile. Così come non è un caso che il più celebre narratore vivente di incubi – David Lynch (erede di Bergman e Tarkovskij) – sia invece buddhista, giacché il Buddhismo è una scuola di pensiero che insegna l’emancipazione, in vita, dai desideri (cioè l’esorcizzazione degli incubi).

E a Lynch non si può fare a meno di pensare assistendo all’incubo da camera del giovane Giovanni Firpo in scena al Teatro Studio Duse. Pertanto, come in ogni rappresentazione onirica, per accedere nel mondo – felicemente muto – di Hypnagogia, sarà necessario innanzitutto mettere da parte qualunque prurito narrativo e affidarsi completamente all’anamorfosi dell’evocazione. Vediamo.

Foto di scena ©Riccardo Freda

Una stanza, cubica, probabilmente d’albergo: letto comodino armadietto; poi uno specchio, una porta, una finestra; in alto, un foro nel soffitto, largo, quadrato: come scriveva Olivero delle stanze di Poe «più sono gli spigoli, più la mente sarà ossessionata». Unico perno reale, o presunto tale, di questa dimensione è un ragazzo, visibilmente scosso, schiacciato a una parete; altrettanto reale, o forse no, la sua ingenua ragazza che dorme; ed ecco poi le evocazioni: una domestica in grembiule, una donna senza volto (copia seducente della ragazza) e una creatura in tuta blu da operaio dall’inquietante testa di coniglio (Vittoria Faro, Antonio Orlando, Carola Ripani, Giulia Trippetta, e lo stesso Firpo). Disposto come nella celeberrima tela di Füssli (cfr. ↑),  il quadro d’insieme è precisamente un incubo, vale a dire la concretizzazione di un desiderio frustrato.

A scuotere l’intero edificio interiore saranno le pulsioni primordiali per eccellenza: Eros e Thanatos, piacere e distruzione, qui simbolicamente un rossetto e una pistola . L’azione circolare di Hypnagogia, difatti, non è altro che l’animazione perturbante di questa sovrapposizione tra fantasia (dal gr. phantasia, «rappresentazione», come ci figuriamo il mondo) e realtà. Porte che si aprono da sole sul nulla, scricchiolanti rumori nel buio, improvvise oscure apparizioni: la dimensione del subconscio si contorce sempre di più su sé stessa fino a esigere l’emersione del represso.

Foto di scena ©Riccardo Freda

Finalmente dalla tradizionalista Silvio d’Amico un lavoro diverso, altro, misurato, libero da qui manierismi che sono costati all’Accademia non poche critiche di obsolescenza (chissà che con la direzione di Daniela Bortignoni non si avvii un processo di svecchiamento analogo a quello che si registra al Balletto di Roma). Pur tuttavia, non si può fare a meno di notare, che quanto a immaginario Hypnagogia rimane fortemente ancorato agli anni ’90, senza offrire particolari spunti di riflessione.

Ciò che forse manca a questo, pur pregevole, lavoro è unevoluzione: se è chiaro che la composizione non può procedere in maniera lineare è pur vero che a metà spettacolo i nodi principali sono stati già sciolti. D’altronde è inevitabile: in ogni narrazione onirica a un tratto si capisce che le presenze ominose non sono nemici ma co-agenti del desiderio irrisolto (si pensi al Mystery Man di Lost Highway), e che più l’individuo le respinge più disconosce sé stesso: pertanto nel momento in cui Firpo sovrappone il ragazzo con il coniglio antropomorfo (in tipico stile Donnie Darko) è ormai fin troppo esplicito che i due sono la stessa cosa, insistere lo rende solo didascalico, costringendo il pubblico a una contemplazione passivo-contemplativa.


Cfr. 3:00-4:00 – Estratto da: David Lynch Mulholland Drive (2001)

Se la drammaturgia ha ancora bisogno di essere sviluppata (magari guardando di più al panorama teatrale: Socìetas, Valdoca, o i più recenti Menoventi, Zaches, Opera), l’apparato scenico invece è notevole (scena di Bruno Buonincontri, disegno luci Sergio Ciattaglia), in particolar modo l’habitat sonoro, pervasivo ma mai invadente, di Francesco Leineri (con Free Music Factory) che fa da vero pilastro dell’intero spettacolo. Insomma, per essere un saggio di diploma, Hypnagogia dimostra una brillante ispirazione registica che lascia ben sperare per il futuro e che merita senz’altro di essere seguita con curiosità.

Ascolto consigliato

Teatro Studio Eleonora Duse, Roma – 16 dicembre 2015

In copertina: J.H. Füssli Incubo (1781), Detroit Institute of Arts, USA – wartburg.eduimage Licensed under Public Domain via Commons