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Have You In My Wilderness – Julia Holter

Ascoltando l'ultimo disco di Julia Holter –– Have You In My Wilderness –– si ha come l'impressione che la musicista statunitense non abbia prodotto nient'altro che questo tipo di musica in tutta la sua (breve) carriera. La lucidità espressiva e la padronanza dei mezzi nei confronti di una forma –– la canzone –– e di un genere –– il pop –– sono quelle di un'artista navigata alle prese con il suo abituale lavoro compositivo. E invece ci troviamo di fronte a un'opera completamente differente dalle precedenti, e questo la dice lunga sul talento di una compositrice ancora lontana dal cristallizzarsi in sonorità ben definite.

Sempre attenta alle evoluzioni musicali degli ultimi decenni, Julia Holter nei suoi album ha sempre dato l'impressione di volersi affrancare dai rigidi schemi accademici che hanno accompagnato la sua formazione di pianista e compositrice. Da questa volontà sono nati gli eleganti e rarefatti suoni di “Tragedy” (2011) e di “Ekstasis” (2012), e l'acclamatissimo e teatrale “Loud City Song” (2013). Se in queste opere, però, è la melodia, con tutte le sue sfumature e stratificazioni sonore, a essere al centro del progetto creativo; nel suo ultimo lavoro a emergere è una voce insospettabilmente solare e vigorosa. Già, perché se nei precedenti album quella voce era spesso nascosta dalle elaborate architetture sonore, in questo la trentenne di Los Angeles ci dimostra di saper anche cantare. Eccome se lo sa fare.

La voce in primo piano, però, non mette per niente a freno la sua vena compositiva. Se il pop è comunque la chiave unificatrice, la Holter si diverte a contaminare il genere con tocchi di jazz, elettronica, folk, neoclassica, ambient fino ad arrivare al synth pop: fiati, archi, piano, organo e clavicembalo si alternano per creare un flusso dinamico, sempre in continuo mutamento. D'altronde il passo irregolare è messo subito in chiaro dall'apripista Feel You, brano cangiante che si apre col suono del clavicembalo e si chiude con arrangiamenti di archi. Più classicheggiante, invece, è il pezzo che segue – Silhoulette – impreziosito da barocchismi ben congeniati nel finale.

Anche in questo album non manca la citazione letteraria, e la fonte d’ispirazione è ancora una volta Colette. Lucette Stranded on the Island, infatti, nel suo continuo crescendo strumentale psichedelico, è un adattamento musicale di “Chance Acquaintainces”, racconto breve della scrittrice francese. Si continua con le atmosfere rarefatte dominate dagli archi di Night Song; per poi passare alle contaminazioni jazzistiche di Vasquez, uno dei pezzi pregiati a livello sperimentale dell'intero album; e si conclude con la title track, brano raffinato e introspettivo.

Un album che finalmente mette in luce l'animo dell'artista e non solo il suo talento creativo in costante evoluzione. Un'attitudine al cambiamento confermata anche dalla recente collaborazione con Jean-Michel Jarre per una nuova canzona che sarà contenuta nell'atteso secondo capitolo del’l’album “Electronica”. Le sorprese non sono ancora terminate.