Foto di scena ©Carullo/Minasi

Due passi sono – Carullo, Minasi

Perché si va a teatro? Forse per uscire da un mondo troppo familiare ed evadere in un altro; che a ben guardare poi è lo stesso, ma lo è in maniera talmente piú onesta che ogni frase nascosta è una rivelazione, ogni gesto celato uno svelamento. Per entrare nel mondo della coppia Carullo-Minasi la cosa migliore è farsi prendere per mano, lasciarsi trasportare e fidarsi incondizionatamente: in fondo – che sarà mai – «Due passi sono».

In una stanzetta dal pavimento a scacchi, piccola casella di una quotidianità piú estesa e replicabile, siedono stretti stretti due omini, talmente minuti da avere perfino i nomi accorciati: Pe (Giuseppe Carullo) è un uomo debole, malaticcio, abbarbicato teneramente ai suoi voli pindarici; Cri (Cristiana Minasi) è un donna energica, apprensiva, mossa da un inguaribile spirito analitico. Si amano ma non lo sanno, sembrano scontrarsi ma non lo fanno: la loro è una relazione che con fatica e bizzarria cerca di uscire da una caverna platonica fatta di sogni banali, risposte sicure e ipocondrie affettive.

E in questo viaggio minimale trascinano idealmente anche il pubblico, che pur pigiato nella minuta Sala Studio del Teatro Vascello non può fare a meno di cogliere nel mondo bislacco di Pe e Cri un’imprevista somiglianza con il proprio, come se l’assurdità di quella vita immaginaria erompesse selvaggia e delicata nella propria sfera intima, incrinando la bolla dell’illusione quotidiana.

Il pluripremiato Due passi sono non rappresenta, insomma, solo un fulgido esempio di drammaturgia efficace, acuta e ben scritta, ma costituisce anche una proposta culturale che sembra rifiutare il pessimismo decadente di un’arte contemporanea troppo spesso autoreferenziale, rassegnata o affetta da un’iconoclastia fine a se stessa, per offrire appunto un teatro che va oltre la semplice rappresentazione e prova a pronunciare una sua «formula che mondi possa aprirti».

Se ai tempi di Montale, infatti, si poteva solo dire «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», forse ora si apre la possibilità a un’arte che prende coraggio e prova a dichiarare ciò che può essere, ciò che può volere. E perché no? Con Carullo-Minasi, in fondo, non si evade mai da una prigione, ma si esce consapevolmente da una condizione di piccolezza umana e di bieca ignoranza per guardare alla vita con occhio sensibile e cosciente.