Foto ©Ygramul

Drug Queen – Ygramul Teatro

A Roma, capita tutti i giorni di scendere dal 64 e ritrovarsi davanti agli occhi Castel Sant’Angelo che osserva imperscrutabile i romani e i turisti che gli camminano accanto, probabilmente non pienamente consapevoli del mastodontico patrimonio di storia che si erge davanti a loro. È proprio qui, nella cornice dei suoi giardini, che prende vita il Roma Fringe Festival (clicca qui). E se la contaminazione fra la storia e la realtà teatrale emergente è il cardine su cui intende fare leva la rassegna, allora possiamo dire che Drug Queen, lo spettacolo di Ygramul teatro che vede in scena Vania Castelfranchi – anche regista – e Valentina Greco, si inserisce perfettamente in questo spirito. Cosa c’entrano infatti la dea Kālī con Marilyn Monroe? Ma andiamo con ordine.

Avvolti da un panno rosso, gli attori accolgono il pubblico nell’atto di un lungo abbraccio, mentre sulla superficie di un séparé bianco viene proiettata la figura della dea Kālī nell’atto di abbracciare Shiva, suo marito e controparte maschile. I due protagonisti si scoprono così gli opposti e contrari delle immagini proiettate: altro non sono che due versioni sui generis di Marylin Monroe e Andy Warhol; la prima è in cerca del successo e si prepara per un provino, il secondo è un pittore frustrato che non riesce a vendere un quadro. Ma attenzione, la vera protagonista è un’altra: lei, la Regina, l’eterna e indomabile, la guida magnanima di tutta l’umanità nei secoli dei secoli, voce fuori campo profonda e inquietante – la Droga.

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Il palco diventa così un luogo della psiche onirico e surreale dove «the Queen» guida i fili invisibili delle menti dei protagonisti, che dal canto loro si trasformano in marionette senza alcuna volontà. Dietro quella voce scorgiamo allora la spietatezza delle false speranze, la tentazione irresistibile verso scorciatoie facili, la promessa di una felicità comoda e pronta all’uso, il cui baratto però consiste nella perdita della propria identità, quella che porterà Marilyn e Andy a ingabbiarsi nei propri stereotipi: la prima sarà solo una donnetta tutte curve, icona effimera condannata dalla sua stessa bellezza, mentre il secondo troverà la sua svolta nella mercificazione della propria arte, ossessionato dalla sua stessa superficialità. Entrambi sono consapevoli del fatto che la loro vera droga è il pubblico, un riflesso di loro stessi fondamentale da cui non possono affrancarsi se vogliono continuare a esistere.

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E infatti lo sanno bene i due attori, che camminano e si rivolgono direttamente a lui, facendosi portatori di un teatro gestuale e anti-naturalistico, come suggeriscono le movenze, l’uso delle maschere e il trucco eccentrico. È un teatro che ricorda da vicino quello orientale, stridente però con quei piccoli quadri al di qua del separé bianco che, oltre a emulare lo stile di Warhol, diventano i simboli di una cultura tipicamente occidentale (per dirne alcuni, la riproduzione del dollaro, una pistola, l’occorrente per iniettarsi una dose di eroina). Ygramul sembra quindi sottendere una critica alla visione della vita occidentale dove il successo è il metro di paragone per giudicare l’esistenza; una concezione che porterà, come sappiamo, sia l’attrice che l’artista alla distruzione.

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Dalla periferia romana di San Basilio, sede della compagnia, Ygramul approda a Castel Sant’Angelo con una riflessione suggestiva sull’alterazione dei pensieri che la droga provoca nella mente umana. La sua ricchezza di riferimenti estetici e culturali rischia però di essere anche il suo limite e di minarne la coerenza formale, poiché a volte costringe il pubblico a brancolare nel buio alla ricerca di appigli per la comprensione. La compagnia ha comunque il merito di portare avanti una ricerca teatrale originale che parte dalla Patafisica di Jarry per arrivare all’ “esoteatro”, ovvero un metodo che va a esplorare le “ossa” primarie dell’espressione per poi farle emergere in superficie in tutti gli aspetti attoriali. È una concezione dove il teatro si compone dell’abbraccio viscerale tra la vita e la morte: come l’abbraccio finale che riprende l’inizio, dando allo spettacolo un andamento ciclico tipicamente induista – alla distruzione segue sempre nuova creazione.