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Doppio Amore

Incontri e scontri plurali

In tutta la sua filmografia, François Ozon ripensa in molti modi l’idea di identità doppia. Declinata come una dualità di genere o come una dicotomia più concretamente sessuale, la coesistenza di due istanze tra loro opposte è infatti più volte riscontrabile nei singoli personaggi raccontati dal cineasta francese, i quali, scissi tra mascolinità monca e femminilità iperrealistica, si muovono in micro-cosmi instabili e antitetici. Se tale duplicità affonda le proprie radici in lungometraggi quali Amanti criminali (1999) e Gocce d’acqua su pietre roventi (2000), le più recenti produzioni di Ozon – prima fra tutte Una nuova amica (2014) – palesano ed estremizzano gli elementi che la compongono, rendendone oltre ogni modo esplicito anche lo scopo velatamente minante e auto-distruttivo.

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L’amant double, film presentato in concorso al Festival di Cannes nel maggio 2017, si pone naturalmente come ultima (ma probabilmente non conclusiva) evoluzione di questo percorso, poiché avanza una nuova riflessione sul concetto di doppio, qui delineato quale cardine vitale e ineludibile dell’esistenza. Centro focale di una storia già impercettibilmente gemellare, la fragile protagonista Chloé (Marine Vacht) si muove in una realtà incerta e mutevole: se da un lato sembra innamorata di Paul (Jérémie Renier), affascinante psichiatra di cui era paziente, dall’altro si infatua anche di Louis (sempre Renier), gemello misterioso e quasi dannato del suo amato. Così come traspare fin dalla trama, la duplicità è anzitutto filtrata in nuce dai due personaggi principali.

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Attingendo e ripensando il proprio cinema, Ozon stravolge quella che è la sua vittima prediletta: l’uomo. Delineando la donna come portatrice di un’apparente visione oggettiva, il regista nega infatti al personaggio maschile la sua capacità di guardare, trasformandolo in semplice oggetto passivo di uno sguardo dall’alto. Per favorire questa trasformazione, si ricorre ovviamente all’escamotage del sosia dostoevskijano, intrecciato in questo caso con l’idealistico stereotipo che spesso accompagna la mascolinità tradizionale. La figura positiva e perfetta di Paul si rovescia pertanto in quella decadente e distruttiva di Louis, dando spazio ad un ménages à trois prima etereo e poi perverso.

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L’ininterrotto dualismo che mina qualsiasi impostazione velatamente patriarcale infetta però gradualmente anche la protagonista femminile, che sottace una doppiezza destinata ad esplodere definitivamente nell’epilogo. Prima del prevedibile ma comunque riuscito rovesciamento finale, la visione oggettiva di Chloé è messa in dubbio già da piccole ma costanti discrepanze, che evidenziano la natura altalenante del personaggio stesso. In una sottaciuta connessione tra occhio e vulva, tra atto del guardare e atto sessuale, la realtà del micro-cosmo raccontato si rivela quindi fallace, venendo perfino stravolta nell’onirica sequenza dello scambio dei ruoli sessuali.

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Mettendo definitivamente in crisi il triangolo amoroso quasi matriarcale precedentemente creato, in questa particolare scena la dicotomia soggettiva travolge non solo i due fratelli, ma anche il corpo della stessa protagonista. Come spesso succede ai personaggi di Ozon, Chloé sembra diventare in un primo momento l’uomo della coppia, facendo propria l’istanza (e il fallo) maschile. In una sorta di preambolo al rovesciamento vero e proprio, la pratica sessuale si reinquadra tuttavia in un’incontrollata ma consolante dimensione onirica, che preannuncia la messa in crisi di un modo di vedere e di vivere che non è mai stato realmente univoco.

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Proprio grazie alla figura incarnata da Marine Vacht, il cineasta francese si smarca dunque dalla semplice sintassi narrativa, mirando invece a quell’universalità di intenti che spesso lo caratterizza. L’exploit conclusivo, giocato nuovamente su un dualismo maschile riversato nell’apparente unicità femminile, permette alla doppiezza ricorrente di fuoriuscire dal mondo prettamente cinematografico, diventando almeno metaforicamente un sintagma e uno stigma comune alla Realtà propriamente detta. Ponendosi in linea con un discorso già da tempo rielaborato da registi quali Roman Polanski e David Cronenberg, François Ozon in L’amant double intreccia la dualità intra-cinematografica con l’imprevedibilità del quotidiano, regalando un ritratto onirico, delirante ma anche veritiero dell’animo umano.