Fedeltà - Grace Paley
Umberto Eco, in un suo famosissimo saggio, afferma che un film di culto è quello in cui risultano memorabili le singole scene, si possono citare battute e creare quiz con gli amici sui particolari del film. A volte mi chiedo se succeda così anche con la poesia, se i singoli versi o i titoli dei componimenti possano essere determinanti per acquisire lo status di libri culto.
Fedeltà della poetessa americana Grace Paley (1922-2007) non è forse propriamente un libro di culto, è piuttosto un “Ritratto dell’Artista da Vecchio”, ma contiene parecchi versi memorabili, per esempio questo: “Thank God there is no god / or we’d all be lost” (“Grazie a Dio non c’è nessun dio / o saremmo tutti perduti”) oppure “Fathers are / more fathering / these days they have / accomplished this by / being more mothering” (“I padri sono / più paterni / ai giorni nostri ci / sono riusciti / diventando più materni”).
Sono versi che a volte si presentano al lettore con la veste della letteratura di culto, eppure l’autrice li ha scritti tra il 2001 e il 2007, quando aveva già ottant’anni. Forse è perché Grace Paley a volte usa la retorica dell’attivismo politico nelle sue poesie. L’autrice è stata infatti tra quegli intellettuali che protestavano contro la guerra in Vietnam e la bomba atomica, era una femminista convinta ed è stata arrestata più di una volta per le sue idee e manifestazioni pacifiche. Una delle sue poesie più famose s’intitola Responsabilità e viene riportata per intero nell’introduzione di Paolo Cognetti per questo volume edito da Minimum Fax. In quel componimento Paley chiedeva al poeta di protestare, arrabbiarsi, interpretare gli umori della gente, ma di rimanere sempre e comunque un poeta.
Paley scrisse queste poesie negli anni successivi all’attacco alle Torri Gemelle e la guerra in Iraq, sotto il governo scellerato di George W. Bush, eppure di ciò non vi è traccia. I componimenti di questa raccolta parlano di tutt’altri problemi: “To traslate a poem / from thinking / into English / takes all night/ […] also the newest English / argues with its old / singing ancestry / it thinks it knows best” (“Per tradurre una poesia / dal pensiero / all’inglese / serve tutta la notte / […] e poi l’inglese moderno / bisticcia con il suo vecchio / antenato cantabile / pensa di saperne di più”). Ci sono molte poesie sulla vecchiaia, sugli amici che non ci sono più, com’è giusto che sia. L’autrice però ha ancora lo spirito e la forza di protestare, per esempio contro l’ipocrisia del Giorno del Ringraziamento, in cui i primi americani ringraziano i primissimi americani per il racconto, salvo poi scacciarli sempre più distanti, dall’altra parte del continente americano.
Non mi resta che concludere dicendo che è stata una fortuna trovare questo volume in libreria, dato che la poesia, specialmente quella contemporanea, non si trova facilmente ed è sempre relegata in un angolino recondito dove pochi si avventurano. Non tutte le poesie sono certo memorabili, come spesso capita, ma alcuni sprazzi di genio e l’atmosfera di fermento dell’amata New York, di cui l’autrice è stata “Scrittore Ufficiale”, bastano a rendere godibile il libro.



