Scintille. Una storia di anime vagabonde - Gad Lerner
La parola che fa da filo conduttore a questo memoir è gilgul, che nella Qabbalah ebraica è il vagabondare delle anime che si sono separate dal corpo in maniera particolarmente dolorosa. Niente più che i nostri fantasmi, ci verrebbe da dire, se non fosse che la Qabbalah prevede anche una frammentazione per queste povere anime in pena, indi il titolo del libro, “Scintille”. Il compito che si prefigge Gad Lerner, in questo libro di indagine sull’identità, sul dolore della perdita e sull’assurdità delle politiche mondiali del Novecento, è proprio quello di inseguire questo gilgul per i paesi della sua geografia familiare.
Nato in Libano da una famiglia di origini ebraiche, Gad Lerner è emigrato con la famiglia a Milano in tenera età ed è stato per molti anni apolide, a causa del groviglio di astio che pervadeva il suo paese natio e il vicino del Sud, Israele. Questa è cosa nota, direte voi. La parte interessante arriva quando l’autore racconta l’intricata geografia della famiglia Lerner-Taragan. La madre è infatti un’ebrea sefardita, cresciuta nella raffinata Beirut, città multiculturale un tempo considerata la Parigi del Medio Oriente, mentre la famiglia del padre è originaria della Galizia yiddish, in uno shtetl di una città petrolifera di quella che oggi chiamiamo Ucraina.
Completamente spazzato via dalla furia della shoah, quel mondo oggi non esiste più, e tutto quello che possono fare i discendenti dei pochi che sono scampati alla tragedia è visitare i luoghi dove sono vissuti i loro antenati, con qualche foto ingiallita in mano, come fa il protagonista di Ogni Cosa E’ Illuminata di Safran Foer. Anche nel viaggio di Gad Lerner in Galizia c’è un’anziana signora che può fornire perlomeno l’illusione di ottenere qualche risposta. “Servono pudore e cautela”, scrive però Lerner, differenziandosi così dal fortunatissimo libro dello scrittore americano che ha viaggiato molto di fantasia per sopperire alla perdita della memoria storica. Lerner, infatti, non racconta le vite travagliate dei suoi familiari e antenati, perché non le conosce, avendone solo qualche notizia frammentaria, giunta per di più tardivamente e di seconda mano. Egli preferisce raccontare le emozioni provate nel visitare Libano, Israele ed Ucraina, descrivendo le idiosincrasie e le particolarità dei libanesi, convinti di vivere nel paradiso terrestre e di essere il popolo più raffinato del mondo (eredità fenicia, si dice), oppure le bellezze ucraine dipinte anche dal pittore Bruno Schultz. Uniche eccezioni, le persone che ha conosciuto di persona: la ruvidità ed inadeguatezza di nonna Teta di fronte alla raffinatezza levantina, e il padre Moishé, con cui l’autore ha una relazione difficile, fatta di silenzi e incomprensioni.
Un libro intenso, una lezione di storia del Novecento, ma anche di umanità, che si conclude al confine tra Libano ed Israele, come a voler congiungere passato e presente d’infinite divisioni e conflitti, tra confini invalicabili e ironie della sorte, dovute a passaporti giusti o sbagliati, a confini sempre arbitrari e spesso causa di sofferenze e separazioni.



