Lettere dal Carcere - Antonio GramsciLe “Lettere dal Carcere” di Gramsci sono tra i libri italiani che, nonostante il loro grande valore storico-politico e sociologico, hanno sofferto più penalizzazioni a causa di cattive edizioni, spesso parziali o “tagliuzzate”. Questa mia edizione, infatti, non è tra le migliori. Contiene solo 86 lettere, mentre in biblioteca ho visto che sono raccolte in volumi ben più consistenti.

Le “Lettere dal Carcere”, pur rimanendo un classico del pensiero politico e filosofico del Novecento, non sono più lette dai giovani in procinto di formarsi una cultura. Se andate a cercarle in libreria, infatti, è facile che non le tengano più. Questo è forse perché un certo pregiudizio per il colore politico dell’autore persiste ancora. Eppure non è una lettura consigliabile esclusivamente ai “simpatizzanti comunisti”. Benedetto Croce, infatti, diceva delle lettere: “il libro appartiene anche chi è di altro o opposto partito politico”.

Antonio Gramsci, nato in un paesino sardo e da lì emigrato, per motivi di studio, a Torino, è stato tra i fondatori del partito comunista italiano ed è stato incarcerato dal regime di Mussolini, nonostante godesse dell’immunità parlamentare. Rimase in carcere otto anni, poi, a causa della salute precaria, fu tenuto in regime di libertà condizionata in una clinica. Le lettere raccolte che noi oggi leggiamo sono indirizzate soprattutto ai parenti, in particolare alla cognata Tania.

La critica che viene fatta di frequente al libro è quella di un tono petulante. Gramsci infatti si lamenta spesso di non ricevere abbastanza notizie sui suoi famigliari e sul loro stato di salute, spesso rimbeccando i parenti per il modo in cui stanno crescendo i figli. Ma quella di Gramsci non è incapacità di capire le persone, ma una noia assoluta e una solitudine da cui non riusciva ad uscire. D’altronde non poteva: chiuso tra le mura di un carcere senza aver commesso nessun reato, Gramsci si consola e si distrae solo con le lettere che scrive. Lo sconforto di Gramsci nel non poter partecipare alla vita della propria famiglia è più forte addirittura di quello di non poter partecipare alla vita politica del suo paese.

Nonostante questo tono petulante, che c’è e non si può negare, il germe del pensiero politico rivoluzionario e del genio di Gramsci si percepisce distintamente (anche grazie a molte, forse troppe, note esplicative). Ma le parti più toccanti e più interessanti sono i ricordi sull’infanzia sarda, che pur gli doveva sembrare lontanissima nel tempo e nello spazio, e le poche lettere indirizzate ai figli e alla moglie, ammalata di una malattia nervosa, che vivevano in Russia. Sapendo come gli era stato impedito sistematicamente di pensare (era stata questa infatti la sentenza del giudice), dandogli celle scomode e rumorose che gli impedivano di dormire la notte, si capisce meglio la frustrazione di Gramsci e lo stato di profondo sconforto con cui si metteva a scrivere ai parenti, appigliandosi all’unico pezzettino di normalità che gli era rimasto.


Stefania Basset