La Strada - Cormac McCarthy
Quanti film, quanti libri hanno sfiorato fino ad oggi il tema del viaggio, e quanti altri hanno ipotizzato un’umanità devastata da forze più grandi dell’uomo stesso? Da Richard Matheson, passando per gli Zombie di Romero, fino al recente 2012, il tema dell’apocalisse ha sempre affascinato i lettori e gli spettatori di tutto il mondo.
Ci mancava solo il grande Cormac McCharthy, autore disincantato e profondamente americano nel senso più forte del termine, grande scrittore autore di una prosa asciutta, secca e cruda che viene dal western, dalle storie di uomini e di peccati. L’autore di libri meravigliosi come Figlio di Dio o l’incredibile Non è un paese per vecchi realizza con La strada l’opera che lo consacra definitivamente e gli regala un meritatissimo premio Pulitzer. La storia è di una semplicità disarmante: siamo in pieno post-apocalisse, un uomo con suo figlio piccolo vagano in un mondo ormai in rovina, distrutto da cause mai esplicitate ma facilmente intuibili. Cormac, come sempre convinto naturista, ci parla di una natura morente, alberi che cadono, come se il mondo stesso si fosse ribellato all’umanità troppo crudele e violenta da sempre raccontata dallo scrittore americano. Il loro bagaglio è un carrello da supermercato, utile per trasportare i viveri – allegoria della società dei consumi che piacerebbe molto a Romero – Il loro percorso ha una meta molto vaga, la costa sud, ambientazioni e location appena accennate, personaggi generici e senza nome – gli stessi due protagonisti non ne hanno uno -.
Il loro cammino è lineare, senza troppi ostacoli o colpi di scena, il ritmo è cadenzato e continuo, il focus è posto sulla descrizione di una quotidianità nuova e quasi routinaria nel suo essere straordinaria – il dormire dove capita, il vivere alla giornata senza sapere quando e come sarà il prossimo pasto, se mai uno ce ne sarà – una quotidianità riscaldata dal toccante amore di un padre che per la propria creatura farebbe qualsiasi cosa, anche morire, come rischia la morte per aggredire i predoni che vorrebbero farne un succulento pasto.
Come tutti i lavori precedenti del grande scrittore l’umanità – quel poco che ne resta – raccontata da McCharthy non ha quasi più niente di umano, si è tornato ad un era indefinita dove la lotta per sopravvivere costringe gli uomini a uccidersi e divorarsi uno con l’altro, senza più pietà ne redenzione. Eppure laddove il racconto non sembra fare altro che estremizzare i concetti della poetica McCarthyana, in realtà rappresenta un ideale conclusione di tutta la sua opera nonché una sorta di purificazione della stessa, colma di speranza in un finale che assume connotati bibilici e mitologici e rimanda alla possibilità di una rifondazione da zero. Incredibile ma vero, forse La Strada è tutto sommato il libro di Cormac più speranzoso. Scritto con un linguaggio secco e asciutto, con i dialoghi non virgolettati, con un atmosfera crepusolare di rassegnazione mista a speranza, è un'opera tanto superficialmente banale quanto interiormente densa di significato, un’allegoria biblica che propone una nuova idea di religiosità, quella di coloro che “portano il fuoco”. “Piccolo” ma grande capolavoro.



