☢ L'isola di Nero - Puntata #4
"L'Isola di Nero" è un romanzo on-line a puntate ambientato in un futuro non troppo lontano dove internet ha divorato le vite dei terrestri.
La gente vive chiusa nei propri appartamenti e fa tutto attraverso il computer. L'economia, la politica, la cultura mondiale sono in mano ad una elite di potenti uomini d'affari che gestiscono i siti più importanti della rete.
Le strade e le città sono deserte, apocalittiche poiché minacciate dai SENZAWEB, criminali spietati che hanno perso tutto per colpa di internet e che oggi sono disposti ad ogni cosa pur di potersi connettere qualche minuto.
Nero è l'hacker più temuto di tutti i tempi: voleva cambiare le cose ma oggi vive esiliato in Groenlandia, con la sua gente; per molti rappresenta ancora l'ultima speranza.
► Testi: Lucio Laugelli
► Illustrazioni: Riccardo Di Stefano
◼ Esce il lunedì
(Leggi la puntata precedente cliccando qui)
Diego Dean era un ragazzo sveglio, con una solida cultura personale.
Non bello: piacente. Aveva i capelli castani, radi.
(Era certo che, nell’arco di qualche anno, sarebbe diventato quasi del tutto calvo.)
Un metro e ottanta. Un velo di barba. Un sacco di contraddizioni.
Nato il 20 marzo del 2010 - avrebbe presto compiuto ventisei anni - era figlio di un padre assente, che in origine faceva il commesso viaggiatore.
Amava molto sua madre che gli aveva trasmesso l’amore per l’arte.
Nell’ultimo decennio tutto era cambiato.
La crisi economica e il dominio del web avevano toccato anche la famiglia Dean: Winton, il padre, che prima guadagnava bene, ora era stato retrogradato a semplice corriere.
La ditta per cui lavorava fallì e lui si trovò completamente spiazzato visto che sapeva fare soltanto una cosa: guidare la macchina da un posto all’altro, contrattare con il commerciante di turno, e cercare di vendergli la serie di prodotti che gli avrebbe fatto guadagnare lo stipendio.
Dopo un periodo di disoccupazione si ritrovò presto obbligato ad accettare qualunque occupazione: indossata anche lui la divisa blu, andava avanti e indietro con il suo minivan distribuendo formaggi nell’area che gli era stata assegnata.
Il nuovo impiego altro non era che un impoverimento del lavoro precedente: pagato peggio, con più ore sulle spalle.
Tornava sempre a casa incazzato.
Finiva la bottiglia di amaro ogni due giorni.
Il suo fegato presto sarebbe scoppiato ma a Diego non interessava più di tanto: Winton era sempre stato uno stronzo.
Sua mamma, Maria, faceva la maestra elementare: se una volta il suo lavoro consisteva nell’andare in un edificio scolastico e impartire lezioni ai bambini tra i sei e gli undici anni ora tutto era cambiato: il concetto vecchio di scuola era stato soppresso; gli studenti ricevevano insegnamenti attraverso modalità radicalmente diverse.
Ogni giorno chi voleva fare lezione si collegava al suo computer, infilava le cuffie ed entrava con nome e password nell’account della sua scuola, del suo ateneo o quel che era: fissava un monitor dove l’insegnante (che a sua volta stava a casa sua) spiegava, inquadrata da un occhio elettronico, la lezione di turno.
Se si voleva intervenire o fare domande si schiacciava l’apposito bottone, quindi si parlava al microfono, e sia l’insegnante che gli altri studenti collegati alla lezione avrebbero sentito le parole dello studente.
I compiti in classe e le interrogazioni avvenivano in cabine insonorizzate e controllate da telecamere a circuito chiuso, poste nelle aule magne delle vecchie scuole: quest’ultime erano ormai decadenti e in stato di semi-abbandono.
Lo studente per gli scritti compilava una scheda in modalità touch-screen mentre, per gli orali, interagiva con l’insegnante senza avere la possibilità di copiare in nessun modo dato che prima di entrare nella apposite cabine bisognava passare per un detector in grado di rilevare la presenza di appunti cartacei, memorie Usb, piccoli palmari.
Gli allievi erano soli con se stessi e non avevano alcun modo di infrangere le regole fregando il computer che l’insegnante impostava in base agli argomenti e alle verifiche da svolgere.
Anche Maria seguiva la propria classe attraverso la sua connessione ultra veloce.
Nella fascia scolastica in cui operava era consentito ai genitori di controllare che il proprio bambino prestasse attenzione alla maestra virtuale.
Le udienze si svolgevano in determinate ore, di determinati mesi, tramite webcam.
Diego era contento che sua madre fosse una delle poche donne ad essere ancora felice nonostante le avessero tolto il bello del suo lavoro: l’interazione diretta con i bambini; i suoi alunni se ne stavano lontani, dietro gli schermi, ma lei, nonostante l’alcolismo del marito, la situazione di degrado che aleggiava nella sua città e tutto il resto, beh, cercava comunque di sorridere.
I Dean era originari del Marion (Stati Uniti), o meglio Winton lo era: la sua famiglia si era trasferita nel Nord Italia quando lui aveva soltanto cinque anni.
Maria invece era nata e cresciuta nella stessa via, della stessa città di dove viveva ancora.
Il loro unico figlio Diego aveva finito la trafila scolastica da qualche anno: elementari, medie, superiori (liceo scientifico).
Ogni scuola, ogni classe del passato, non corrispondeva a dei compagni, ad un aula piena di banchi, a dei cessi imbrattati.
Ogni anno, della sua carriera di alunno, equivaleva ad un personal computer.
Era stato uno studente brillante prima e mediocre dopo.
Aveva lottato per evitare bocciature e strappare un diploma.
Ce l’aveva fatta.
L’università non ci aveva messo troppo a sceglierla: molti indirizzi disponibili solo trent’anni prima erano scomparsi, il 70% dei corsi di laurea avevano a che fare con l’informatica.
Era andato controcorrente studiando geografia economica.
Finita la triennale non aveva molte alternative: viveva nella stessa casa di sempre, con il padre che tanto non sopportava e se non si era ancora dato alla macchia era solo per l’amore materno. E perché poi uscire di casa, allontanarsi dai soliti luoghi, poteva rivelarsi fatale.
Aveva, come la maggior parte dei suoi coetanei, pochissimi rapporti interpersonali.
C’erano alcuni posti imboscati, semi-illegali, di raccolta giovanile: qualche skate-park abbandonato, qualche bar distrutto adibito a ritrovo.
Il più degli adolescenti non se la sentiva di rischiare attacchi e preferiva rimanere in casa.
La morte era all’ordine della settimana.
Leggendo le riviste on-line potevi scorgere continuamente notizie del tipo: assaltato corriere: due SENZAWEB uccidono un trentenne per rubare un modem wireless.
Se uscivi era perché ti sentivi terribilmente stufo di fare la muffa in casa e volevi parlare con gente della tua età: interagire, scherzare, fare sesso.
Ma dovevi essere consapevole: affrontavi un rischio.
Un SENZAWEB, giovane o vecchio, uomo o donna, avrebbe potuto assalirti.
Durante la giornata la probabilità di fare incontri sgradevoli era più alta rispetto alla notte: per questo molti preferivano spostarsi con il favore del buio.
La natalità era calata in maniera impressionante. I dati erano allarmanti.
Ma Diego Dean si era rotto le palle. Da diverso tempo.
Era stufo marcio.
Da circa un paio d’anni si manteneva lavorando come giornalista per un paio di webzine che lo retribuivano una miseria. Vivendo con i genitori non aveva un affitto sulle spalle ma perlomeno si pagava le spese di connessione da solo.
Qualcosa però era cambiato.
Ogni settimana, da sei mesi, senza che né i suoi genitori, né i suoi vicini sapessero niente, sgattaiolava fuori di casa, attraversava tre isolati, e raggiungeva il quinto piano di un abitazione lussuosa e decadente.
Un piccolo gruppo di suoi coetanei, che si era ovviamente conosciuto su internet - in un noto social network - si riuniva ogni mercoledì notte.
Subito li accumunava il gruppo semi-sovversivo di appartenenza (“Chi crede che sia possibile risvegliarsi domani in un altro sistema”) e le somiglianze dei profili.
Poi, volta dopo volta, si erano resi conto di essere tutti della stessa zona, di età simili e con la stessa voglia di evadere da una vita opprimente. Con un futuro imbottigliato in un appartamento.
Nacque così un sotto-gruppo fondato da Zari, uno di loro, e chiamato: “Chi crede che sia possibile risvegliarsi domani in un altro sistema e vive nel quartiere BillGatesIX”.
Gli iscritti erano otto.
Uno di loro era Diego.
In realtà nel quartiere c’erano molto più di otto ragazzi/e ma questo genere di gruppo era etichettato come “pericoloso” e molti non avevano il coraggio di iscriversi per timore di essere monitorati dall’alto.
Lo scambio di pensieri, di prospettive, di esperienze personali e di progetti avveniva quotidianamente finché venne la voglia di conoscersi di persona.
Andare al di là della tastiera e parlarsi faccia a faccia.
Uscire di casa, rischiare, vivere.
Iniziarono a vedersi nella casa di uno di loro.
Il ritrovo era il mercoledì, alle tre del mattino, nella stessa abitazione: la casa di Jacque, il rampollo di una famiglia benestante, l’unico in grado di vivere da solo, senza problemi economici sulle spalle.
Ogni settimana l’appuntamento si rinnovava e, dopo la paura e la diffidenza iniziale, il gruppo si ritrovò sempre più unito e sempre più carico di una voglia comune, comprensibile quanto infattibile: cercare di cambiare la propria vita.
Diego, anche quel mercoledì notte, camminava in fretta sperando di non fare incontri indesiderati: fortunatamente la casa di Jacque era una sorta di epicentro delle abitazioni di tutti loro. Ognuno era a due passi: il più distante era Zari, che non doveva comunque camminare per più di un quarto d’ora; oltre a essere il fondatore del gruppo era anche il più vecchio. Una trentina d’anni portati veramente male. Uomo crepuscolare, rassegnato ma contento di aver conosciuto nuovi amici.
Poco prima di svoltare ed imboccare gli ultimi metri prima della meta Diego sentì un fischio provenire dall’altra parte della via. Dopo un secondo di terrore vide delinearsi le fisionomie dei fratelli Bordone: due ragazzoni energici e simpatici che lavoravano in un magazzino di pelletteria da quasi un lustro.
I Bordone avevano un paio d’anni di differenza ma non si notava: Paolo, 22 primavere, il più piccolo (piccolo giusto anagraficamente visto il suo metro e novanta per un quintale di peso) era la fotocopia del fratello: capelli fulvi, fisico imponente e lineamenti decisi. Gianluca leggermente più basso aveva il volto e la stazza del fratello; anche la voce era praticamente uguale. Attraversarono la via e salutarono Diego.
Poi salirono da Jacque dove già c’erano tutti.
Oltre al padrone di casa, a Zari e ai fratelli Bordone facevano parte del gruppo tre ragazze; Sara era una cicciona che passava le giornate a rimpinzarsi la bocca di schifezze: ventiquattrenne buona, gentile e disoccupata oltre che terribilmente ansiosa (spesso i Bordone la accompagnavano a casa per placare il suo terrore palesemente manifestato negli ultimi minuti dei loro incontri). Il suo quotidiano era vacuo, deprimente: non aveva nulla da fare e viveva sulle spalle della famiglia; spesso una fame compulsiva la assaliva.
Oltre a lei c’era Giulia, la più piccola: appena maggiorenne stava finendo il liceo classico con una media altissima. Il computer della sua scuola l’aveva selezionata come una delle dieci ragazze più brillanti della regione.
Giulia era molto graziosa, affabile ed equilibrata: affrontava le sue giornate con diplomazia, grande autocontrollo e cercava di non scontentare mai nessuno nell’esporre il proprio pensiero. Aveva i capelli biondi, che le arrivavano fino alle spalle, gli occhi castani ed era piccola ma ben proporzionata. Nonostante Zari avesse dodici anni in più, ne era completamente innamorato: lo vedevano tutti, stravedeva per lei e l’assecondava in tutto. La casa di Giulia era a due passi da quella del ritrovo ma in ogni caso Zari, tutte le volte, la accompagnava al portone sincerandosi che non le accadesse nulla.
Infine c’era Astrid.
Quasi tutti sarete convinti che non esiste la creatura perfetta.
Quasi tutti non conoscete Astrid.
Una ragazza dalla bellezza accecante, spropositata, debordante.
Di quelle che ti lasciano senza parole.
Che quando le incroci per strada il tuo collo gira per 360 gradi pur di continuare a inquadrarla e vedere come si muove, dove va.
Astrid non era solo questo.
Intelligente, acculturata. Paziente, affettuosa.
Nessuno aveva dimostrato troppo questa adorazione nei suoi confronti.
Ma tutti, anche Sara e Giulia, ne erano stregate.
Era una di quelle ragazze che appaiono talmente perfette e inarrivabili da farti pensare: potrò essere suo amico certo, ma non perdo manco tempo a provarci…non andrebbe mai con uno come me.
Astrid aveva ventiquattro anni e si stava laureando in storia contemporanea.
Lavorava per diversi archivi on-line passando tutto il suo tempo libero a leggere libri “veri”: vecchi, introvabili, li aveva recuperati per caso nella mansarda di casa.
Erano pagine scritte quando ancora internet non esisteva e spesso, quando il gruppo si incontrava, qualcuno chiedeva alla ragazza di raccontare di questo o quel libro e ogni volta lei, con la sua voce coinvolgente, iniziava a parlare di un tomo rarissimo che le aveva fatto trascorrere la notte precedente sveglia.
Quella sera sapevano tutti che non sarebbe stata uguale alle altre.
Era ormai all’ordine del giorno, da quasi un mese, quella decisione.
Il giorno delle scelte era giunto.




