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Cronache dal lido #4 – Venezia 76

L’ennesimo documentario su Fellini? Alza le mani, ad inizio film, lo stesso Eugenio Cappuccio, singolare figura del cinema nostrano chiamata al timone di questo progetto: un tributo al maestro riminese, nel centenario della nascita, prodotto dalla RAI e costruito con l’enorme quantità di materiale custodita dalle sue Teche. Fellini fine mai, presentato nella sezione Venezia Classici, riesce tuttavia a svincolarsi felicemente dalla dimensione museificata del film di montaggio. Con leggerezza e ironia, Cappuccio (che a Fellini deve i primi passi dietro la macchina da presa come assistente alla regia sul set di E la nave va) costruisce una  caccia al tesoro a tema, in cui le ricompense sono gli incontri ravvicinati con alcune figure ancora in vita dell’universo Felliniano: la nipote Francesca Fabbri Fellini, il disegnatore Milo Manara, il pittore e scenografo Antonello Geleng. E ancora Andrea De Carlo, Sergio Rubini, Vincenzo Mollica. In un racconto che parla anche dei due film “non finiti” del regista, Viaggio a Tulum e Il Viaggio di Mastorna. (Stefano Lorusso)

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Interno di un casa: un piano-sequenza tallona l’angoscia di una madre mentre riceve la telefonata del figlio, solo su una spiaggia deserta tra la Spagna e la Francia. È il folgorante inizio di Madre, firmato da Rodrigo Sorogoyen, che amplia un suo cortometraggio del 2015. Un incipit teso, da thriller, che lascia poi il passo al racconto introspettivo di un’anima dolente, quella di Elena (Marta Nieto) distrutta dopo la scomparsa del figlio e trasferitasi vicino alla spiaggia dove è accaduto l’incidente dieci prima. Il regista spagnolo si discosta dai toni thriller-noir di film come Il regno (presente al TFF36) per sperimentare con atmosfere da dramma intimo, anche (e soprattutto) a livello formale con l’uso di virtuosi piani-sequenza e grandangoli che rigirano verso l’esterno l’interiorità spezzata e in subbuglio della protagonista. La sua monotona routine di lavoro come cameriera e passeggiate sul lungomare viene sconvolta dall’incontro con un ragazzo che le ricorda molto il figlio perduto. Nasce un legame tenero tra una donna tormentata e un giovane che si affaccia alla vita. Madre si fa notare e, pur compiacendosi in qualche lungaggine di troppo, mostra un nuovo aspetto del cinema di Sorogoyen. (Giulia Bona)

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Pietro Marcello traspone l’opera di Jack London, la libera da una collocazione temporale ben definita e la porta tra le strade di Napoli (ma che potrebbe essere una qualsiasi città di porto italiana, a detta sua). Le ambientazioni popolari, le strade, ma anche i palazzi e le ville della borghesia, i porti, le fabbriche e i campi sono centrali in questo film che cerca di attraversare una buona parte del ‘900 e restituirne un affresco culturale e sociale attraverso un uomo determinato a raggiungere il suo obiettivo, contro tutto e tutti. Quello stesso obiettivo che viene messo in discussione e al quale smette di credere dopo averlo raggiunto e conosciuto. Certamente siamo di fronte ad un’operazione che inizialmente strania un poco lo spettatore, ma ci si mette pochissimo ad abituarsi e a farsi prendere da una narrazione fluida,  da una messa in scena delicata e sapiente e dalla forte e intensa recitazione di Luca Marinelli, ma non solo. (Stefano Careddu)

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Terza produzione Netflix presentata alla 76° Mostra del Cinema di Venezia, dopo Marriage Story e The Laundromat, il nuovo film di David Michôd, The King, presentato Fuori Concorso, non entusiasma particolarmente. L’impianto registico esalta l’azione ma pecca nei momenti di dialogo, nonostante gli ottimi attori si sforzino il più possibile. L’Enrico V di Chalamet è un personaggio malinconico, abile guerriero e al contempo insicuro ragazzo, su cui ricadranno le colpe e le guerre del padre. Il concetto di famiglia e di destini obbligati è al centro del film e della rivalità con Luigi, delfino di Francia, interpretato istrionicamente da Robert Pattinson. È pero John Falstaff, amico e commilitone di Enrico, a risultare come più interessante: Joel Edgerton, grazie anche alla sua fisicità, porta in scena un uomo distrutto da mille conflitti e da una vita sul campo di battaglia, capace di dispensare le battute più iconiche e i momenti più divertenti. Le scene di guerra mostrano evidenti citazionismi a Game of Thrones, e risultano essere i momenti migliori del film, per la crudezza, la pesantezza e il realismo applicati alla lotta. The King non si eleva come caposaldo del genere, soprattutto se esaminato come riduzione shakespeariana, i cui elementi sono ridotti all’osso in favore di una maggiore estetica commerciale, ma può offrire una piacevole visione agli appassionati di medioevo e battaglie campali. (Andrea Damiano)

The King - Robert Pattinson - Photo Credit: Netflix