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Century Plaza – Dan Sartain

La testa calda è tornata, e come di consueto si è divertita a cambiare le carte in tavola. Creatura eclettica quanto bizzarra, Dan Sartain è uno di quegli artisti che ha sempre cercato di mantenere ben in alto, sin dai suoi esordi, la bandiera del rock'n'roll, con tanto di apprezzamenti da parte di Jack White, uno che non ha certo bisogno di presentazioni. Eppure, con il suo ultimo lavoro – Century Plaza – il rocker dell'Alabama decide che è arrivato il momento di abbandonare chitarra e batteria per lasciare spazio a synth, tastiere e batterie elettroniche.

Durante l’arco della sua carriera, iniziata agli albori degli anni Duemila, Sartian è sempre riuscito a spaziare –– in dischi differenti, nello stesso disco o all’interno dello stesso brano –– dal rockabilly al punk, dal country all'elettronica; concedendosi anche cover illustri come “Besame Mucho” (2007) di Consuelo Velázquez, sporcata dal suo riconoscibilissimo, rozzo timbro vocale, e “Pass This On” (2014), versione molto personale di uno dei maggiori successi dei The Knife. E proprio con una cover si apre questa sua ultima fatica con l'intento di mettere subito in chiaro quale sarà la nuova direzione sonora.

Già, perché quella Walk Among the Cobras iniziale altro non è che una rilettura synthpop del suo omonimo brano datato 2005. Due canzoni decisamente agli antipodi, con la chitarra e l'intonazione da rocker maledetto spazzate via da synth e voce tenebrosa. Siamo in una dimensione totalmente differente. Si prosegue con Cabrini Green, pezzo che ricorda le atmosfere lisergiche di Nightclubbing della coppia Iggy-Bowie, prima di tornare subito a un'altra cover, questa volta di Alan Vega, Wipeout Beat. Anche in questo caso, rispetto all’originale, le chitarre sono annientate rendendo il clima adatto al dancefloor, mentre quel “C'mon” urlato e ululato tra i vortici synth non può non richiamare Atheist Funeral, uno dei brani del suo recente passato.

Otto tracce totali, di lunghezza superiore rispetto a quanto ci aveva abituati, registrate in appena due settimane usando Garageband e iPad. Un album che saccheggia a piene mani dagli anni Ottanta, come testimoniano le influenze dei Soft Cell ( Sicking in the Shallow End) o quelle electronic-punk dei Devo (Bloc Party). Ma uno slancio chitarristico ci deve pur essere. Ed ecco, infatti, spuntare dal nulla un assolo di un minuto scarso in First Bloods, breve parentesi per confermare la sua anarchia grammaticale.

Dan Sartain, dunque, pur lasciando inalterato il suo approccio sanguigno e il suo humor nero, effettua una vera e propria rivoluzione sonora che in pochi si sarebbero aspettati. Ma se questi sono i risultati che ben vengano tutti i cambiamenti di questo mondo. Quale sarà la prossima mossa, Dan?