Not in my name

Altro che democrazia!

Crisi di rappresentazione e teatro partecipato: il sistema secondo Bernat

Vi siete mai chiesti perché ci si appelli così tanto oggi alla democrazia?
Risposta schietta: perché democrazia vuol dire tutto e non vuol dire niente.
Risposta politicamente corretta: perché con la parola «democrazia» si vanno a riassumere tutti quanti quei valori su cui si dà per scontato che ogni moderna democrazia si fondi.

Eppure il dubbio viene: le nostre democrazie i loro valori fondativi li rispettano oppure no? E quali sono poi questi valori? Più che alla Politica di Aristotele o all’Atene di Pericle (senza suffragio universale ma con estrazione a sorte), quando oggi parliamo di «democrazia» ci riferiamo probabilmente alle famose «Liberté, Égalité, Fraternité» partorite da quel bagno di sangue passato alla storia col nome nobile di Rivoluzione Francese. Ma cosa vuol dire essere liberi, uguali e fraterni?

Adolphe Willette Fraternité (1910). Le Rire

Adolphe Willette Fraternité (Le Rire, 1910)

Gli ideali sono delle bellissime formule: alte, nobili, buone a scaldare i cuori e a ispirare gli animi, tuttavia hanno un piccolo difetto—vanno applicate. E qui cominciano le magagne. Perché? Perché liberté, égalité, fraternité sono il frutto di un’idea negativa ribaltata, non di un’idea positiva. Tradotto: non voglio essere sottomesso, non voglio essere discriminato, non voglio essere in conflitto. Ma se vengo emancipato, io non sono libero—sono liberato, che è una cosa ben diversa. E una volta liberato che si fa? Ovvio! si fa in modo che nessuno asservisca più nessun altro: creiamo una legge chiara e una pena a mo’ di deterrente. Tutto risolto? Non esattamente.

La vita purtroppo è un po’ più complicata di così. Solo che noi, povere creature fragili, di guardare in faccia la nostra meschina natura umana non abbiamo alcuna intenzione, ci fa fatica, molto più confortante è convincerci dogmaticamente che la nostra civiltà rappresenti il culmine della storia dell’umanità, continuando a ripeterci come un mantra le sagaci parole di Churchill:

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora.

Che partiti e istituzioni ce la vendano così, ormai ce ne siamo fatti una ragione. Ma a teatro la politica come viene affrontata? Anche gli artisti scadono nella facile retorica?

Teatro e Politica

Per inaugurare questo focus su Teatro e Politica, partiamo dal curioso spettacolo partecipato del catalano Roger Bernat, Pendiente de voto.

Milano. Quartiere Isola. Zona K. Nel vivace loft diretto da Valentina Kastlunger, Valentina Picariello e Sabrina Sinatti, tra i più virtuosi avamposti teatrali indipendenti del Paese, il pubblico si raccoglie in agorà lungo i tre lati di uno spazio apparentemente vuoto. Non un attore in scena. A dominare e condurre lo spettacolo è il sistema. Ciascuno spettatore, telecomando alla mano, si ritroverà a dover rispondere alle domande videoproiettate sullo sfondo optando per il pulsante del sì, per quello del no o per l’astensione.

Roger Bernat Pendiente de Voto. Foto di scena ©BLENDA

Roger Bernat Pendiente de Voto. Foto di scena ©BLENDA

Di intervallo in intervallo, il cervellone algoritmico elaborerà i dati, riunendo gli spettatori per affinità di voto: la prima volta per coppie di consimili, la seconda per consessi. Eletti anche i presidenti, il servizio d’ordine e i giurati, lo spazio teatrale si trasformerà poco a poco in un surrogato di parlamento repubblicano con tanto di partiti, portavoce e dibattiti.

Roger Bernat Pendiente de Voto. Foto di scena ©BLENDA

Roger Bernat Pendiente de Voto. Foto di scena ©BLENDA

Al di là dell’aspetto socio-interattivo, che già di per sé costituisce un alto valore della ricerca teatrale di Bernat (ben più efficace del processo ad Amleto o delle intercettazioni dei reclutamenti dello Stato Islamico), Pendiente de voto innesca due importanti riflessioni: l’una sulle reazioni della platea, l’altra sulle dinamiche del sistema.

Parlavamo di valori fondativi. L’aspetto contraddittorio dei valori sta nel fatto che o vengono inculcati, diffusi e affermati senza se e senza ma (come avviene per imposizione coatta nelle dittature o negli integralismi religiosi), o presto o tardi qualcuno si accorge che lo stato delle cose di se e di ma ne solleva assai.

Si prenda il caso del MoVimento 5 Stelle. Nasce come risposta insubordinata e intransigente, «dal basso», alle male pratiche della «casta» della Seconda Repubblica, convinto che le regole ferree siano la soluzione. Ma una volta giunto in Parlamento si rende conto che per ambire alla guida delle istituzioni deve ammorbidire i diktat del passato, pena l’esclusione di tutta quella fetta – maggioritaria – di società che così ligia e radicale non lo è né vuole diventarlo ma senza il cui voto non si potrà mai raggiungere la maggioranza. That’s politics, baby.

Saul Steinberg Yes But. (The New Yorker, 8/11/1969)

Saul Steinberg Yes But. (The New Yorker, 8/11/1969)

D’altro canto, se perfino durante uno spettacolo a forte componente ludica, in uno spazio decisamente laico, nel momento in cui si formano i partiti vediamo l’operatore narciso di turno che smania per primeggiare; o se un portavoce pur con piglio ironico battezza il “proprio” partito «il partito migliore» e lo ribadisce a più riprese; o se una signora di mezza età monopolizza il tempo di discussione parlamentare con le sue insicurezze e perplessità personali per poi concludere che il voto del suo partito è «ics» ma che lei, personalmente, be’, a dirla tutta, non è che poi sia tanto d’accordo—ecco, dovremmo dedurne che evidentemente la dimensione «ideale» non riesce a tenere conto della tenera goffa natura di noi esseri umani (ci ritorneremo nelle prossime settimane, a proposito dell’annosa questione dell’antifascismo).

Mettiamoci l’anima in pace: non ce la facciamo a irregimentarci saldamente a un valore di fondo.

Roger Bernat Pendiente de Voto. Foto di scena ©BLENDA

Roger Bernat Pendiente de Voto. Foto di scena ©BLENDA

O meglio, ci riusciamo quando ci si presenta un’alternativa migliore, quando ci conviene (motivo per cui le democrazie sono nate su spinta della borghesia mercantile, bancaria, artigiana, corporativista delle economie preindustriali europee, quella stessa che ci ha regalato il molle consumismo in cui oggi sguazziamo).

Insomma, a meno che non si voglia reintrodurre la pena di morte, onesti disonesti e tutta la fascia intermedia che oscilla tra compiacenza, connivenza, collusione (ché il conflitto di interessi non riguarda soltanto il redivivo tycoon milanese) devono trovare una maniera più concreta e lungimirante di convivere. Ma come?

Arman Big Parade (1976)

Arman Big Parade (1976). ©Arman Studio

Veniamo così al secondo punto. Un sistema pur ci dev’essere. E in fin dei conti il sistema democratico, data l’ascendenza liberale, consente un ampio margine di azione e opinione. La falla qual è? Che come accade nello spettacolo di Bernat, dopo un po’ ci si dimentica di stare in un sistema («dopo un po’» significa quando si passa dalla scelta individuale alla delegazione rappresentativa); è un sistema poco vessatorio, accogliente, e lo si assimila, vi si aderisce, fino a coincidervi naturalmente. Non a caso alla fine sarà proprio il sistema a prendere il sopravvento in Pendiente de voto e a rispondere per tutti senza che i tutti si siano trasformati intanto in una collettività unita e compatta.

L’uomo moderno nella sua ricerca della più alta libertà si è posto sotto l’imperativo della ragione libera, ma la sua ultima parola è stata la cieca necessità, nel cui ferreo abbraccio ogni libertà individuale minaccia di scomparire. Infatti, il mondo materializzato che l’uomo ha creato con la propria ragione gli si è mutato in una immensa macchina che funziona e funziona da sola, senza volontà, per necessità creando ciecamente un ordine senza eccezioni.

Josef Ludvík Fischer La crisi della democrazia (1933)

Anton Gormley Domain Field (2003). Baltic Center for contemporary Art, Gateshead, UK ©Gormley

Anton Gormley Domain Field (2003). Baltic Center for contemporary Art, Gateshead, UK ©Gormley

Il fatto è che la democrazia, al pari di ogni regime, è arbitraria. Non ha un valore in sé. Non è oggettivamente giusta o migliore. Dipende. Ma essendo in troppi su questo pianeta per poterci autogovernare e continuando a voler crescere crescere e crescere (perché così vuole il modello economico), abbiamo preso l’abitudine di delegare (democrazia rappresentativa).

Allo stesso tempo il cosiddetto «rappresentante» politico ha perso da un pezzo la sua funzione «rappresentativa», è diventato autonomo grazie all’organizzazione partitica. Di conseguenza, nessun rappresentante contestarà mai la democrazia rappresentativa, perché equivarrebbe a contestare sé stesso. Insomma, da quando la divisione per classi sociali è venuta meno e ha portato via con sé una certa idea gerarchica, verticistica, della piramide sociale, si è venuto a creare un problema di legittimità: chi autorizza chi? e a nome di cosa?

Nessun potere è leggittimo, nonostante i loro sempiterni principî. Ma, siccome principio significa origine, bisogna riferirsi sempre a una rivoluzione, a un atto violento, a un fatto transitorio. Così il principio del nostro è la sovranità nazionale, intesa nella forma parlamentare… Ma in che cosa mai la sovranità nazionale sarebbe più sacra del diritto divino? Sono finzioni, l’una e l’altra.

Gustave Flaubert L’educazione sentimentale (1869)

Francisco Goya – Tauromaquia.Desgracias acaecidas en el tendido de la plaza de Madrid, y muerte del alcalde de Tor rejon (1815-16)

Francisco Goya Tauromaquia, n°21 (1815-16)

Se c’è uno spettacolo pietoso che ci offre sempre più il teatro della politica – sedicente – democratica (in Italia, in Europa e un po’ ovunque), e soprattutto in clime pre-elettorale, è questo costante siparietto di ipocrisia e moralismo.

Ipocrisia perché avendo appunto perso di legittimazione (vedi l’aumento dell’astensionismo), ogni politico per ora deve rispettare con un grandissimo sorriso e un linguaggio rigorosamente diplomatico qualunque baggianata altrui, pena la taccia di illiberalismo, fascismo, o molto più semplicemente perché sa che altrimenti perderebbe consensi (vedi il lupo Salvini travestito da pastore con rosario e vangelo per la questua elettorale, o la liberista tutt’altro che keynesiana Bonino che si spaccia per pasionaria di sinistra).

Moralismo perché non potendo attaccare direttamente, per il boomerang di cui sopra, si approfitta di qualunque passo falso del proprio avversario, privato o pubblico indistintamente, per delegittimarne la credibilità e tirare acqua al proprio mulino (tipico atteggiamento del centro-sinistra e del M5S).

Honoré Daumier Une cause célèbre (18??)

Honoré Daumier Une cause célèbre (18??)

Più che scatenarci in un’adesione dell’ultimo minuto per questa o quella forza politica, di turarci il naso, di rimanere fedeli a non si sa quale linea (tratteremo anche la crisi della sinistra), o di astenerci facendo spallucce, potremmo chiederci innanzitutto come mai noi le mani non ce le sporchiamo più: quasi che il versamento regolare di tutte le imposte ci sollevasse da ogni responsabilità, anzi ci bastasse per esigere e avere magicamente la migliore classe politica.

Se veramente siamo così indignati, ma non ci giureremmo, gli Italiani sono notoriamente frignoni, potremmo seguire il recente esempio di quei pastori sardi che invece di disertare le urne hanno riconsegnato direttamente la tessera elettorale in segno di protesta. Non che di per sé possa fare la differenza, ma perché quel gesto simbolico al pari del dispositivo ludico-sociale di Bernat ci ricorda che la pervasività del sistema dipende dal nostro grado di adesione. Insomma, non dovremmo mai dimenticarci che non c’è regime al mondo che il singolo individuo sia tenuto a legittimare.

Riuscite a immaginarvi uno Stato del quale tutti i sudditi non s’interessino affatto?

Max Stirner L’unico e la sua proprietà (1844)

Ascolto consigliato

PENDIENTE DE VOTO

di Roger Bernat
drammaturgia Roberto Fratini
dati visuals Mar Canet
dati dispositivi and software Jaume Nualart
musica “The Sinking of the Titanic” di Gavin Bryars, PatchWorks, etc.
sound design Juan Cristobal Saavedra
luci Ana Rovira
assistente e direzione tecnica Txalo Toloza
stagegraphic design Marie-Klara González
effetti speciali Cube.bz.
programming assistants Pablo Argüello, David Galligani e Chris Hager
consulenti ai contenuti Oscar Abril Ascaso e Sonia Andolz
producer Helena Febrés Fraylich
ringraziamenti David Cauquill, Raquél Gomes, Marcela Prado e Magda Socias
coordinamento Helena Febres
Una coproduzione di Centro Dramático Nacional (Madrid), FundacióTeatre Lliure/Festival NEO and Elèctrica Produccions (Barcelona) with Manège de Reims-Scène Nationale/Reims Scènes d’Europe, Manège de Mons/CECN, TechnocITé in the Transdigital project supported by the european program Interreg IV
foto BLENDA

www.rogerbernat.info

Zona K, Milano – 16 febbraio 2018