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Bowl of Plumes – Ben Seretan

È difficile non lasciarsi trarre in inganno dalle foto di Ben Seretan, che ritraggono un ragazzone californiano, dallo sguardo buono, dalla folta barba e dal sorriso contagioso. Ben Seretan è anche e soprattutto molto altro. È, innanzi tutto, un artista che è capace di consegnarci un album, Bowl of Plume, uscito per l'italianissima Love Boat, perfetto da un punto di vista della cura del suono che dimostra appieno quanto gli studi effettuati alla Wesleyan University in Connecticut siano serviti.

Ma ci offre lo spunto anche per comprendere meglio il concetto stesso di “crisalide”. Secondo l'entomologia una crisalide, anche se sarebbe più corretto usare il vocabolo “pupa” ma suona decisamente peggio, è una delle fasi dello sviluppo post-embrionale degli insetti, quello immediatamente precedente lo stadio da adulto. Ecco, Ben Seritan, dopo un album omonimo il cui successo, nel corso dei mesi, non ha fatto che aumentare anche grazie al giornalismo musicale italiano, è finalmente approdato alla sua fase “adulta”: non una banale farfalla che dura lo spazio di un giorno, ma un artista solido e consolidato con un sacco di cose da dire e da cantare.

L'LP è composto da dodici tracce che sono un inno a ciò che un moderno songwriter ci può offrire: ovvero atmosfere e sonorità morbide, eppure non banali e scontate, squarci di sentimenti puri e di lirismo vero ed anche un po' di sana follia. Lampante, in questo senso, è la seconda traccia, ovvero Cottonwood Tree, una canzone praticamente perfetta che non ha bisogno di altro se non di uno stereo o di un paio di cuffie per potersela sparare direttamente nel cervelletto. Ma si sa, se è vero, come è vero, che l'America è il Paese degli spazi infiniti e degli orizzonti sconfinati, non pare esservi in circolazione una canzone migliore del pezzo che dà il nome all'intero album, per l'equilibrio cristallino tra il cantato, il suonato e ciò che viene evocato dal combinato disposto di questi ingredienti.

Ad uno può venire in mente, giusto per avere due coordinate, ora Bon Iver, ora i Wilco, ma, appunto come le coordinate stesse, ancora prima che indicarci l'esatta ubicazione di un luogo, questi riferimenti ci aiutano a tracciare il viaggio successivo. In tal modo Ben Seretan non ha bisogno di modelli o di “similia”. Il suo sorriso, il suo ballo sfrenato, il suo modo unico di suonare la chitarra e di essere un artista del nostro tempo basta e avanza: ascoltate My Lucky Stars, part II e il suo incedere trasognato e melanconico e provate a dargli torto!

Grazie


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