Foto di scena ©Manuela Giusto
Grafica ©Giulio Sonno

Un Otello altro – Oscar De Summa

Un’opera che appartiene al passato è in grado di affacciarsi al (nuovo) presente e farsi intendere? Oppure ha bisogno di un interprete, di essere tradotta (trans-ducta, “condotta attraverso”)? Spesso si crede che sia una questione di lingua, di lessico comune, di comunicabilità, ma forse non si tratta di questo, forse a mancare davvero, piuttosto, è la capacita all’ascolto.

Dopo la prima nazionale di Stasera sono in Vena (colpevolmente disertata – a nostro avviso – dal pubblico romano), Oscar De Summa prosegue la sua settimana di Dominio Pubblico in compagnia di Stefano Cenci, Mauro Pescio e Antonio Perrone con Un Otello altro. “Altro”, già, perché l’artista pugliese non ignora, certo, che la tragedia del moro di Venezia sia una delle opere shakespeariane più rappresentate degli ultimi secoli; e così, ad accompagnare questa nuova messa in scena, al Teatro dell’Orologio si insinua un dubbio: siamo sicuri che dopo tanto tempo la storia per antonomasia della gelosia sia, non tanto conosciuta, ma ancora compresa?

Dubbio non da poco se si tiene a mente che ogni classico, come suggerisce la parola stessa, appartiene ormai a una “classe” indipendente, che prima ancora di presentarsi viene anticipata da una lunga ed eloquente ombra di fama. Insomma, quando si assiste alla pièce del Bardo, cos’è che si va a vedere: l’Otello o la storia di un tale ingannato da un amico rancoroso?

De Summa decide di scoprire subito le carte e rivela l’artificio. Scavalcando una scena disordinata, completamente cosparsa di costumi, arredi e attrezzi, avanza in proscenio con i suoi colleghi e in stile simil-elisabettiano fa appello alla collaborazione del pubblico: niente è come dovrebbe apparire, ma crediatelo tale. Egli insomma smaschera la cosiddetta sospensione dell’incredulità per reinvocarla un istante dopo e indurre pertanto un utile spaesamento. Il suo Otello, infatti, procederà in maniera volontariamente sgangherata, inciampando fra intromissioni, improvvisazioni e alterazioni.

Se in un primo momento la manomissione del meccanismo desta curiosità, divertimento, partecipazione, poco a poco la scelta formale adottata tradisce una certa prevedibilità che non sembra legare riflessioni “altre” ma procedere per esplicitazioni didascaliche che, a ben guardare, si fermano all’autoironia. Forse però è solo l’impressione di uno spettatore esigente che confida sempre nel balzo dalla sedia; forse, invece, l’operazione di De Summa riesce ad avvicinare nuovi possibili spettatori che ancora guardano al teatro con sospetto e timore.

Eppure il pensiero non può non ritornare all’Otello di Cosa sono le nuvole, quando quella marionetta malinconica dal volto scuro dubitava di sé, delle sue fatali azioni, della sua vera natura, e con la romanesca immediatezza di Ninetto Davoli esclamava disperata: “Ma qual è la verità? È quello che io penso de me o quello che pensa la gente?”. Ecco, a quello spettatore fiducioso ieri sono mancate le nuvole.

Teatro dell’Orologio, Roma – 29 novembre 2014

In apertura: Foto di scena ©Manuela Giusto